Una parabola

Tre giorni dopo che Sergio Morelli era morto, il comune di Facondo pensò che forse era il caso di occuparsene; la signora Anna, infatti, per disgrazia di Dio sua vicina di casa, marciò verso il municipio in tenuta da guerra, minacciando di risolvere il problema dei ratti che affollavano il suo giardino attirati dal puzzo di decomposizione come aveva fatto con quello dei mendicanti di piazza Vittorio Emanuele: a colpi di doppietta. Il sindaco, che pure a suo tempo aveva plaudito quell’iniziativa, fu dunque costretto a correre ai ripari, dato che un’inedita alleanza tra la signora Anna e gli animalisti del luogo avrebbe potuto con facilità impedirgli l’ottava rielezione.

Purtroppo era parecchio difficile trovare qualcuno che traslasse il corpo di Morelli; parenti, avevano controllato, non ne aveva; il becchino, dal giorno della sua dipartita, s’era barricato in casa, asserendo, e non c’era motivo di non credergli, vista l’enorme quantità di certificati medici che poteva produrre, di avere la peste, la lebbra, il vaiolo, il raffreddore da fieno e l’ernia del disco. I più coraggiosi uomini del paese avevano resistito con convinzione prima alle lusinghe, poi alle promesse ed infine alle minacce, ed avevano fatto sapere che piuttosto che avere un qualche tipo di commercio con Morelli, anche da morto, si sarebbero fatti rinchiudere a vita nelle patrie galere. Alla fine, proprio quando il sindaco disperato aveva imposto di battere a tappeto l’elenco del telefono alla ricerca di un acchiappafantasmi, la promessa di una lauta ricompensa, di un appartamento popolare e di un conto perennemente aperto, a carico dei contribuenti, presso Mary la trans, aveva indotto qualcuno dei sopravvissuti alle cure della signora Anna ad accettare l’ingrato compito, sia pure dopo essersi adeguatamente confessati e comunicati.

Se tale era il terrore che Morelli incuteva da morto, si può ben immaginare come, da vivo, il solo fatto di nominarlo induceva anche le signore meno pie a farsi il segno della croce; quando appariva all’inizio del Corso affollato per un funerale, era capace di trasformarlo in una piazzola di sosta del deserto del Sahara.

I motivi di questo terrore, com’è ovvio, non erano noti; ma i facondini non è che se ne preoccupassero più di tanto: il semplice fatto che Morelli non fosse nato a Facondo induceva un legittimo sospetto. Inoltre, il giornale locale, notoriamente attendibile, aveva fatto sapere che Pina la maestra sosteneva di aver visto una lingua biforcuta spuntare da in mezzo ai suoi denti; e senza dubbio era stato con quella che aveva cercato d’impedire alla signora Anna di fare il suo sacro dovere. Prova schiacciante, questa, teste il dottor Locarno, che era laureato in scienze forensi, che era meglio far abbattere i cani che avevano ricevuto una carezza da lui.

Come se non bastasse, nessuno l’aveva mai visto alla messa domenicale, il che poteva anche, forse, essere perdonabile; ma non si era neppure mai fatto avanti per portare la statua di San Rocco, il patrono della città, e nemmeno si era mai saputo, e queste, data la loro importanza, erano cose che in genere si sapevano, che gli avesse chiesto una grazia, un miracolo, una vincita alla lotteria o anche solo la morte del suo peggiore nemico. Eppure, si sapeva bene che era il santo a proteggere Facondo da tornado, inondazioni, invasioni barbariche e soprattutto terremoti; e lo faceva così bene che ormai da tempo gli ingegneri avevano preso a considerare l’espressione “cemento armato” prova di empietà. Eppure lui non si affacciava neppure al balcone quando la processione passava sotto casa sua, nonostante il percorso fosse stato accuratamente modificato perché ciò accadesse.

Andare a giocare vicino al suo muro era sconsigliato dalle mamme e dal parroco, che aveva ammonito che, se il pallone fosse andato a cadere nel suo giardino, Morelli sarebbe andato di notte a prendersi l’anima del reprobo, trasformandolo in un diavolaccio. Il fatto che uno di quelli che si era visto restituire il pallone era poi divenuto seminarista, ovviamente, non smentiva : era chiaro che così facendo si volevano confondere le acque, ed inoltre diffondere la cattiva abitudine di andare a disturbare il riposo delle persone per bene col calcio, e magari instillare nel povero bambino, che già sentiva il sacro fuoco dell’amore di Dio bruciargli dentro, il desiderio di passare la vita a correre dietro una palla.

Le bambine avevano preso a chiamare Sergio il mostro invisibile che stuprava le loro Barbie.

Nonostante lui avesse chiesto il contrario, s’era deciso che un funerale doveva pur essere celebrato, se non altro per essere definitivamente certi del fatto che fosse morto; un gruppo di rispettabili massaie chiese a gran voce che il cadavere fosse loro lasciato, perché potessero farne scempio con i loro matterelli. Il sindaco rifiutò recisamente, assicurando, però, che avrebbero avuto il diritto di prelazione sugli insulti da scrivere sulla lapide.

Don Andrea si preparò tre giorni all’evento, scrisse migliaia e migliaia di pagine di sermone, le gettò via tutte, e ricominciò; consultò infiniti dizionari e Padri della Chiesa per accertarsi di quali insulti fossero graditi a Dio. Alla fine, dovette rinunciare. Non per rispettare le volontà del defunto, perché, come si sa, se non vuoi permetterti un sacerdote, te ne verrà assegnato uno d’ufficio; ma per motivi di forza maggiore.

Capitò che, proprio quando, finalmente, il parroco era riuscito a decidere che anche dire “coglione insopportabile” ad un uomo come Morelli era cantare la Gloria di Dio, morisse anche Paolo Mattina, detto il Benevolo da chi lo odiava, ed il Santo dagli uomini di cattiva volontà; l’uomo più famoso del paese, Gran Cantatore di San Rocco, portatore onorario della sua statua, onore cui aveva da tempo rinunciato per cederla ai più giovani di lui, chiedendone in cambio solo un piccolo obolo, Comandatore di rosari, di cui possedeva un’incredibile collezione, animatore di riviste locali, in cui rispondeva ai dubbi spirituali dei suoi adorati lettori (memorabile la lettera che gli aveva scritto un Don Andrea in crisi mistica, e la sua risposta alla signora Anna, prima della Grande Pulizia, termine che lui stesso aveva coniato), fotografo di Madonnine, e chissà quante altre cose che ora dimentico.

La comunità si fece carico di costruirgli un mausoleo che gli rendesse il giusto tributo, e di far sì che ad animare il suo funerale fossero i Pooh.

 

Quando Mattina arrivò in cielo, il primo che incontrò fu proprio Morelli. Si stupì; e, pensando di sfruttare le sue ampie conoscenze (in fin dei conti, San Rocco gli doveva più di un favore) pensò di andare a chiedere di parlare direttamente col Principale. L’angelo cui presentò le sue credenziali, ed a cui fece presente che non avrebbe accettato né di essere parcheggiato in anticamera, né di parlare con un vicepresidente qualsiasi, gli rise in faccia; quello era il Paradiso, credeva ci fosse la burocrazia? Dio era seduto proprio sulla nuvola accanto, a farsi una partita a scacchi con Mefistofele, che conduceva sia per materiale che per posizione, in virtù del suo migliore arrocco.

“Orbene” fece Mattina “cosa significa ciò? Perché io” e si strinse le mani al petto “e Lei” e si profuse in un inchino “siamo qui con costui?” ed indicò Morelli.

Dio non rispose. Mosse un alfiere e si condannò allo scacco matto in tre mosse. Strinse la mano a Mefistofele, poi si allontanò senza guardare Mattina.

Morelli si godette l’Eternità, giocando a ping pong, godendosi i concerti che Jimi Hendrix concedeva ogni sera e raccontando barzellette sporche a Dio, che rideva di gusto; Mattina, nel luogo dell’eterna gioia, capì cosa volesse dire inferno.

 

Il Signore finì di parlare e si allontanò. Pietro e Giovanni si avvicinarono, e furono d’accordo: era ora di farlo crocifiggere.

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