Radio Spiedo come Dibba

Buongiorno a tutti.

Dopo un lungo periodo in cui sono stato “in tutt’altre faccende affaccendato”, è per me un piacere aver trovato il tempo di tornare a scrivere qui su Pontilex.

Per l’occasione mi occuperò di un paio di articoli comparsi sul sitarello dei nostri amichetti di Radio Spiedo aaaheemmmm volevo dire Radio Spada.

Prima di iniziare però vi consiglio caldamente di dare un’occhiata all’intervista, postata dal nostro Purpureo & Pipistrelloso Admin, di Carlo Di Pietro, uno dei principali “animatori” radiospiedini, tenendo a mente in particolare quella parte dell’introduzione in cui il Geniale Webmaster potentino sostiene di non essere un complottista, il perché lo capirete fra poco.

Il primo articolo in questione, pubblicato da-non-si-bene-chi difettando qualsiasi firma o indicazione in tal senso, è stato postato intorno alla metà dello scorso novembre e si intitola

 L’ISIS si fa una sua moneta. E usa il gold standard.

A suscitare interesse non è la notizia in sé, già riferita da tutte le principali fonti d’informazione del nostro paese, ma alcune delle considerazioni fatte dall’anonimo estensore dell’articolo (oddio, articolo… sono una decina di righe striminzite).

Infatti, dopo aver dato una sommaria descrizione delle nuove monete del Califfato, lo sconosciuto articolista scrive:

Chi procurerà l’oro? Sarà stato depredato nei terrirori controllati? Sarà fornito dagli alleati nigeriani di Boko Haram (che hanno il controllo di diverse miniere africane)?

Ora, qui è evidente che ci troviamo di fronte ad un nuovo record. I nostri lettori più affezionati ben ricorderanno una delle principali caratteristiche “letterarie” dei PontifeSSi (ereditata e magistralmente impiegata anche dai radiospiedini) ovvero confezionare lunghissimi pipponi in cui si menava il can per l’aia per poi condensare in poche righe una quantità abnorme di stronziate. In questo caso invece si è andati oltre: si è tralasciato il pippone per passare direttamente ad una frase (seppur scritta in forma di domanda) che contiene ben due boiate di portata internazionale.

La prima riguarda il sedicente controllo da parte dei militanti del gruppo islamista nigeriano Boko Haram di “diverse miniere africane”. Che la maggior parte dell’oro estratto e venduto sul mercato mondiale venga dai paesi africani è indubbiamente vero ma sostenere che “diverse” di esse siano state occupate dai Boko Haram, un gruppuscolo di un migliaio di uomini in un paese di oltre 170 milioni di abitanti, è pura fantapolitica.

L’unico caso di “occupazione” di miniere d’oro africane da parte di un altro paese è costituita dal Kivu, una ricca regione aurifera della Repubblica Democratica del Congo, che viene periodicamente saccheggiata da gruppi paramilitari (nodi irrisolti del genocidio ruandese degli anni ’90 e del conflitto che ne seguì, chiamato anche la Prima Guerra Mondiale Africana) legati a doppio filo ai confinanti Ruanda e Uganda, governati rispettivamente da Paul Kagame e Yoweri Musaveni (che non sono due Feroci Saladini ma un devotissimo cattolico romano il primo e un piissimo “cristiano rinato” il secondo), che sono così riusciti a balzare in testa nel primato delle esportazioni auree senza avere una singola miniera d’oro nel loro territorio.

Se l’idea che i Boko Haram possano aver occupato giacimenti auriferi di altri paesi è assurda, parimenti è impossibile che l’oro se lo possano procurare in casa propria.

L’attività mineraria nigeriana è infatti ferma al palo da decenni, tanto da influire complessivamente sul Pil nazionale solo per lo 0,3%, e quella aurifera in particolare è oramai praticamente inesistente: come si legge in un rapporto del 2008 del Ministero per lo sfruttamento minerario (Ministry of Solid Minerals Development), la maggior parte dell’oro nigeriano è stato estratto durante il periodo coloniale dalle compagnie minerarie straniere, il picco dell’attività estrattiva è stato già raggiunto durante gli anni ’30 del secolo scorso per poi declinare rapidamente nel corso della Seconda Guerra Mondiale fino ad arrestarsi del tutto. Quel poco che resta se lo spartiscono piccoli artigiani e le famiglie più ricche degli stati di Zamfara, Kebbi e Kwara (dove si trovano i giacimenti relativamente più grandi) che utilizzano per l’estrazione metodi rudimentali dato che, come anche il succitato rapporto suggerisce, l’utilizzo di metodi industriali più moderni finirebbe per essere solo un colossale spreco di soldi, come già avvenuto negli anni ’80 quando fu il governo a tentare di rilanciare il settore e si rivelò un fiasco totale.

Inoltre, anche se in Nigeria ci fossero chissà quali inestimabili miniere di Re Salomone, non si capisce come farebbero i Boko Haram ad averne il controllo visto che se ne stanno arroccati nel nord-est del paese, negli stati al confine con Ciad e Camerun, mentre i fantomatici giacimenti sono situati nella zona diametralmente opposta e cioè nel nord-ovest, negli stati al confine con Benin e Niger. Altrettanto inspiegabile è come riuscirebbero i militanti islamici a trasportare l’oro fuori dal paese fino in Iraq e Siria: a meno che non conoscano il segreto del teletrasporto, la vedo piuttosto grigia percorrere anche solo la via più breve per il Golfo Persico visto che passa per l”Africa Centro-orientale, non esattamente la zona più sicura del pianeta da attraversare portandosi dietro un carico d’oro sottobraccio.

Non meno ridicola è l’idea che i Boko Haram e l’Isis siano alleati visto che fra i due gruppi non ci sono mai stati contatti ed hanno obiettivi completamente diversi: se infatti i secondi sono un gruppo di combattenti fanatici mandati allo sbaraglio (come avremo modo di vedere meglio fra poco), i primi sono, per così dire, gli “eredi” di una setta integralista nata negli anni ’80 per “difendere gli autentici musulmani nigeriani” (che sarebbero quelli del nord, perché, per i Boko Haram, quelli che vivono a sud tirerebbero troppo sul laico) dalla “corruzione” (intesa come corruzione morale, per quanto quello nigeriano è effettivamente uno dei governi più corrotti del globo) del governo centrale di Abuja, storicamente sordo alle istanze degli stati settentrionali, attraverso l’imposizione della legge coranica e l’adozione di una politica isolazionista nei confronti del resto del mondo. Della guerra santa contro l’Occidente ai Boko Haram non gliene potrebbe fregar di meno, l’unica cosa che hanno in comune con i miliziani dell’Isis è l’impostazione wahabita di fondo del gruppo che implica il rifiuto di tutto ciò che possa, anche solo in teoria, contraddire il testo coranico come ad esempio il Darwinismo o le elementari leggi della fisica (tipo il ciclo dell’acqua, considerato un’eresia).

Appare quindi chiaro che le affermazioni scritte dall’anonimo articolista radiospiedino sono fantasie prive di fondamento e di fonti, frasi buttate lì più per partito preso che per libera associazione di idee al solo scopo di fare del sensazionalismo da due soldi, parole che fanno il paio con quelle pronunciate diverse settimane fa dal deputato pentastellato Di Battista che, sempre ha proposito della Nigeria, aveva sostenuto che il paese africano era “per il 60% in mano ai Boko Haram e per il resto devastato dall’Ebola”, anche se in Nigeria di casi di Ebola non se ne è verificato nemmeno uno.

Identico, nello scopo e nella (pessima) realizzazione è il secondo pezzaccio che prenderemo ora in esame, dopo alcune brevi considerazioni preliminari: l’articolo in questione, a firma di Adrian Salbuchi, è uno dei celebri copia-incolla dei nostri cattoliban preferiti, tradotto dall’inglese da Ilaria Pisa, e pubblicato originariamente sul sito internet del canale tv russo RUSSIA TODAY (si, quella RUSSIA TODAY, il canale di propaganda di Putin). Trattasi dell’ennesimo esempio del criterio di selezione delle fonti già visto su  Pontifex: si prendono solo quelle “ideologicamente contigue” e che confermino l’idea che la redazione ha già in testa, ignorando sistematicamente tutte le altre.

Bellissima anche la chiosa di apertura dell’articolo che recita Questo commento non riflette necessariamente le posizioni della redazione di RS che tradotto dal Dipietrese/radiospiedino all’italiano vuol dire “noi non la pensiamo propri così, noi avremmo messo più riferimenti al Magistero della Chiesa ed usato le virgole a cazzo ma visto che coincide al 90% con quello che pensiamo noi ve lo propiniamo ugualmente”.

Ma passiamo alla disamina del pezzo:

“The cult of ISIS”: no, non stiamo parlando di qualche antica pratica cultuale egizia, anche se come area geografica all’incirca ci siamo. Stiamo parlando dell’ultima creatura dei “quattro cavalieri dell’Apocalisse” (Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea, Israele) pensata per seminare il panico nei Paesi occidentali. Prima dell’aprile di quest’anno, quasi nessuno menzionava l’ISIS, e se l’Egitto figurava tra le notizie era grazie al protrarsi di quel conflitto sociopolitico programmato che scaturiva dalla mancata accettazione, da parte degli egiziani, del “tipo di democrazia che vogliamo vedere”, come aveva detto nel marzo 2011 l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton.”

Ricordate quando più sopra vi avevo consigliato di tenere a mente le immagini dell’intervista di Carletto in cui sostiene di non occuparsi di complottismo? Beh, fate un po’ voi il confronto con questo articolo, ribloggato su Radio Spada, in cui si parte subito in quarta con un bel Big Gombloddo pippoplutogiudaicomassonico All Stars…

“Con finanziamenti di milioni e milioni di dollari, con combattenti jihadisti ben equipaggiati e ben addestrati, e un leader carismatico nerovestito, un po’ à la Darth Vader (abu-Bakr-al-Baghdadi), l’ISIS è venuto alla luce già adulto e completo di armatura, come Pallade Atena dal cranio di Zeus.”

Già adulto mica tanto visto che un embrione di quello che sarebbe poi diventato l’Isis lo si era già visto in Iraq sotto la guida di Al Zarqawi nel 2006…

“Ma l’ISIS e i suoi leader assetati di sangue rappresentano e promuovono, anche lontanamente, gli interessi dell’Islam sunnita? O ancora una volta c’è chi opera dietro le quinte, approfittando delle genuine lagnanze sociali delle varie fazioni musulmane e dirottando (ancora una volta) le loro ambizioni politiche contro un muro di violenza e frustrazione? Si tratta insomma di una “Primavera Araba 2.1″, una versione aggiornata del caos, diretta contro specifici gruppi etnico-religiosi da chi nel Medio Oriente ha cospicui interessi, per ottenere obiettivi strategici?

ISIS è solo uno dei nomi, dei “marchi” con cui questo gruppo terroristico è noto. Sembra il nome di un prototipo uscito dagli arsenali di guerra psicologica della CIA, del MI6 e del Mossad, o di think tank ad essi in qualche modo riferibili (la Trilateral?). L’ISIS in effetti ha cambiato nome alcune volte da quando è salito alla ribalta: ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), ISIL (Islamic State In Levant, più ambizioso), fino al più breve e catchy IS (Islamic State). Un nome che ben si confà alla guerra globale al terrorismo condotta dalle potenze occidentali, in quanto consente loro di demonizzare l’intero fenomeno islamico.”

Tutto molto bello e presentato con la sufficiente drammaticità, peccato che sia una balla colossale priva di qualsiasi riscontro con la realtà nonché di fonti che sostengano quanto affermato.

Se l’Isis è uscita dal cilindro di qualcuno, questo qualcuno è l’Arabia Saudita ovvero, più precisamente, il Principe Bandar Bin Sultan.

Come riportato dal giornalista del quotidiano britannico The Independent Patrick Cockburn, Bandar Bin Sultan, ex ambasciatore saudita negli Usa, Segretario Generale del Consiglio di sicurezza nazionale saudita dal 2005 e capo dell’Intelligence del Regno dal 2012 fino a pochi mesi fa, durante una visita presso il Royal United Service Institute in Gran Bretagna, confidò candidamente all’ex capo del MI6, Sir Richard Dearlove, che l’Isis era roba sua e di averla sostenuta filosoficamente e finanziariamente per conseguire uno scopo ben preciso, in cui a sua detta era riuscito a coinvolgere l’intera famiglia reale, ovvero l’eliminazione di tutti i governi ed i movimenti polici del Medio Oriente sgraditi ai Suad (come ad esempio i Fratelli Musulmani, odiatissimi dai Sauditi perché portatori di un modello di stato sunnita radicale in cui la figura del monarca assoluto non è prevista) e lo sterminio dei mussulmani sciiti.

Può sembrare strano che un paese islamico armi e finanzi musulmani contro altri musulmani, ma ha perfettamente senso se si tengono da conto alcune peculiarità del Regno Saudita: sin dalla nascita della loro monarchia, i Saud hanno sempre temuto il sorgere di una casta militare laica che ne minasse il potere, come avvenuto in Turchia con il disfacimento dell’Impero Ottomano subito dopo la Grande Guerra o in Egitto pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Per questo motivo i Saud (e le altre monarchie del Golfo), da un lato, per la difesa del paese dalle minacce esterne si sono affidati quasi esclusivamente a mercenari reclutati soprattutto in Pakistan, dall’altro hanno siglato un patto non scritto con il clero wahabita che gli permette di mantenere ben saldo il potere all’interno dei confini: in cambio del riconoscimento dei Saud come “guida politica” del Regno e del titolo (tendenzialmente onorifico ma dal forte significato simbolico) di “protettori dei luoghi santi e di tutti i musulmani”, il clero ha ottenuto un potere enorme sulla società civile saudita, istruzione e amministrazione della giustizia compresi, tanto che si può tranquillamente affermare che ogni aspetto della vità quotidiana nel Regno è regolato dalle fatwe dei chierici wahabiti.

Patto che ha funzionato benissimo per decenni ma che verso la fine degli anni ’70 ha cominciato a scricchiolare a causa dello stile di vita decisamente sibaritico degli autocrati del Golfo, non gradito dai predicatori più radicali che di conseguenza incominciarono a pronunciare sermoni sempre più infervorati contro la corruzione dei costumi causata, a detta loro, dai rapporti troppo stretti con gli Usa e le nazioni del blocco occidentale. Istigati da tale predicazione, i seguaci più ferventi del clero saudita cominciarono a organizzarsi in gruppi armati intenzionati a rovesciare la monarchia saudita ma, bloccati dall’onnipresente apparato di sicurezza del Regno, vennero “incoraggiati”, se proprio volevano combattere, a farlo per la più nobile causa della difesa dell’Islam dai “senzadio di Mosca”. Per tutti gli anni ’80 i Sauditi quindi riuscirono ad instradare il dissenso estremista interno sulla rotta dell’Afghanistan: fu così che nacque quella che poi sarebbe diventata Al-Quaeda che però, con la fine della Guerra Fredda, sarebbe diventata per l’Arabia Saudita più un problema imbarazzante che una risorsa, come dimostra il fatto che i 2/3 degli attentatori dell’ 11/9 erano di nazionalità saudita.

Ma è stata proprio la War On Terror a determinare un cambio di rotta significativo nella politica del Regno con i gruppi estremisti, grazie anche alla rapida ascesa di Bandar Bin Sultan (soprannominato Bandar Bush per gli ottimi rapporti con la famiglia che ha dato agli Usa due presidenti): l’invasione dell’Afghanistan prima e dell’Iraq poi hanno infatti permesso alle autorità saudite, mentre in pubblico ne condannavano le violenze, di ricominciare ha “esportare” devoti combattenti della jihad, organizzandoli sotto nuove sigle ed indirizzandoli questa volta contro i gruppi sciiti sia laici che “devoti” (colpevoli i primi di ritenere, come la maggioranza dei musulmani, i Saud un relitto del Medio Evo ed i secondi di avere come modello di stato islamico la repubblica iraniana e non le monarchie del Golfo), come confermato sia da un cable del 2009 scritto da Hillary Clinton e reso pubblico da Wikileaks, sia dal durissimo J’accuse in direzione di Ryad pronunciato dal premier irakeno Al Maliki nel marzo scorso durante un’intervista rilasciata a France24. La guerra civile in Siria ha rappresentato una tappa ulteriore di questa strategia ma non tutto è andato secondo quanto preventivato da Bandar perché i miliziani dell’Isis, non appena il regime di Assad si è dimostrato un osso troppo duro da rodere, hanno rivolto le armi tanto contro la “concorrenza” quaedista in loco quanto contro la resistenza “laica” costituita dal Free Syrian Army per poi, galvanizzati dalle vittorie conseguite, dilagare anche in un Iraq stremato da un decennio di guerra continua. A questo punto l’Isis è diventato un mostro sfuggito al controllo del suo creatore ed a nulla è servito tagliargli in tutta fretta i finanziamenti. A causa di tutto ciò, dopo aver cercato, senza successo e provocando un frattura nelle relazioni con le altre monarchie del Golfo, di fare scarica-barile sullo sceicco del Qatar (co-finanziatore della disastrose imprese in Siria, Libia ed Egitto), Bandar Bin Sultan è stato messo forzatamente a riposo dal resto del parentado che adesso si barcamena nel tentativo di evitare il colpo di coda del terrorismo di ritorno, dopo averlo finanziato per trent’anni buoni.

Usa e Gran Bretagna c’entrano poco o nulla, al massimo gli si può rimproverare di aver saputo e di non aver fermato i Sauditi in tempo, ancora meno c’entrano l’Unione Europea ed Israele.

“Ma osserviamo più da vicino chi sono i nemici dell’IS, e chi invece l’IS ignora. Anzitutto, l’IS concentra i propri attacchi contro aree poste al di fuori dell’influenza statunitense (Siria, Iraq); chiama alla guerra santa contro l’Iran sciita (e contro la Russia, che fiancheggia Iran e Siria); attacca Curdi e Cristiani, soprattutto civili, religiosi e chierici. Ha anche decapitato diversi occidentali – Jim Foley, David Hume, Steven Sotloff, Alan Henning, Herve Goudel, Peter Kassig – filmando le strane esecuzioni in tuta arancione in una qualche zona desertica, e passato per le armi (sempre filmando) 18 soldati siriani in uniforme. Le vittime in tutti i video sembrano stranamente calme, alcune addirittura compiono forti affermazioni antiamericane che sollevano più di un dubbio.”

Quindi, seguendo questa logica, anche l’esecuzione tramite ghigliottina di Re Luigi XVI° è un falso perché il re francese arrivò “stranamente calmo” al patibolo…

La storia dei video delle “strane esecuzioni” girate apposta è un altro classico del complottismo ovvero il numero dei complottari che si citano a vicenda: la bufala è stata originariamente ripresa dal consigliere regionale piemontese del M5S Davide Bono che citava come fonte LoSai, noto aggregatore di Big Gombloddi che fra le altre cose, buttacaso, riproponeva le stronziate del fu sitarello PontifeSSo e ripropone tutt’ora quelle di Radio Spiedo.

“Cosa ancor più strana, per qualche ignota ragione l’IS non attacca gli alleati USA in Medio Oriente: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Qatar o Bahrein. E, soprattutto, non attacca Israele, che gli Arabi dovrebbero considerare il principale nemico nell’area; non l’ha attaccato nemmeno quando Israele era impegnato su Gaza, e il suo livello di popolarità internazionale era ai minimi storici. Un attacco di paresi politica?”

Tralasciando la scorretta identificazione Arabi/Musulmani, ho spiegato più sopra perché l’Isis non attacca le monarchie del Golfo: difficilmente il cane morde la mano che gli dà da mangiare. O almeno così è stato finché i miliziani del Califfato erano sotto l’ala protettiva di Ryad e di Doha, ora non è escluso, come già detto in precedenza, che si assista ad un’ondata di terrorismo di ritorno nella penisola arabica, ipotesi che inquieta non poco anche i Saud che infatti hanno fatto schierare le truppe ai confini, cosa che non succedeva dai tempi dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein.

Per quanto riguarda Israele invece, Al Baghdadi si è limitato a qualche frase di circostanza sostenendo che lo attaccherà dopo aver consolidato il progetto della “Grande Siria” che è un bel giro di parole per dire che non dispone della forza militare sufficiente per farlo e soprattutto per cercare di nascondere il fatto che nella Striscia di Gaza il wahabismo si è sempre venduto malissimo (i pochi esaltati che hanno provato a lanciare razzi contro Israele sotto la bandiera dell’Isis sono stati calorosamente invitati da Hamas a darsi all’ippica ed a non riprovarci in futuro).

“Riassumendo, l’IS non tocca Israele, né l’Europa, né gli USA (e i loro interessi all’estero), fatti salvi gli ostaggi decapitati. Che coincidenza! Ad essere risparmiati sono proprio i “quattro cavalieri dell’Apocalisse”, impegnati nella lotta mondiale al terrorismo! Sorge spontanea la domanda: la strategia geopolitica dell’IS è tracciata dal Pentagono?”

No, molto più semplicemente quelli dell’Isis sono fanatici ma non sono scemi!!

A parte il fatto che non dispongono né dei mezzi né dellle basi necessarie per un attacco del genere, è evidente che se non riesci nemmeno a sconfiggere Assad, l’anatra più zoppa del pianeta, non ti passa nemmeno per la testa di metterti direttamente contro le forze armate americane o gli eserciti dei 27 paesi dell’Ue…

“Pensiamo alla “linea rossa” tracciata dalla Russia nel settembre 2013 riguardo alla crisi siriana: i neocon – che negli USA hanno l’ultima parola – non sono riusciti ad aver via libera a bombardare la Siria fino a ridurla in macerie, come avevano potuto fare in Iraq, Libia, Afghanistan e parte del Pakistan. Ed ecco arrivare l’IS, che fornisce la scusa PERFETTA per bombardare la Siria, tornare a bombardare l’Iraq e rinverdire i fasti della guerra al terrore – con un piccolo aiuto fornito dai mass media occidentali.

Che sia questo il primo caso di maxi gruppo terroristico programmato a tavolino, controllato e lanciato “sul mercato” con tutto l’equipaggiamento, comprensivo di un sanguinolento media coverage?

La grande guerra globale al terrorismo va in onda da più di dodici anni. Ora il terrore globale comprende nuovi nemici, nuove tattiche, nuovi “Stati canaglia”, e la nuova agenda richiede nuovi nemici: l’Al-Qaeda di ieri è l’ISIS di oggi, e chissà che in questo momento qualche testa d’uovo di qualche think tank non stia progettando i prossimi nemici per il 2015, il 2020 e magari anche il 2030, come designer di automobili che ne progettano stile e obsolescenza sulla base dei gusti del mercato.”

Qui finisce il complottismo e si passa alla propaganda putiniana pura e semplice di cui possiamo tranquillamente disinteressarci, non essendo questa la sede più adatta per parlarne.

Resta da fare solo una domanda rivolgendola direttamente a colui che regge le sorti di Radio Spiedo: Carletto, dopo che tu e la tua “redazione” ci avete propinato tutta questa spazzatura, hai ancora la faccia di bronzo di dire “non mi occupo di complottismo”?

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