Il Bruni si improvvisa Max Weber

"Che bella la razionalizzazione del tempo... rubiamoci l'origine!"

“Che bella la razionalizzazione del tempo… rubiamoci l’origine!”

Ammetto che ultimamente ho lasciato parecchio andare l’argomento “castronerie di Luigino Bruni”. A volte perché troppo pedanti, a volte semplicemente perché il nostro povero diavolo nulla aveva da offrire: per esempio l”articolo risalente ormai a più di un mese fa sullanima triste degli incentivi. In pratica un panegirico sul corporativismo ben nascosto e della sudditanza datore-lavoratore (come ben mi ha fatto notare il buon CompagnoZ). Nulla che non fosse deducibile da altri suoi scritti.

Ebbene, dimentichiamo tutto: oggi il Bruni vuole passare dal critico moralista e blando del sistema sociale e di produzione capitalista a… suo difensore!

Non che sia voluta, ben inteso, ma la cosa traspare bene tra le righe dell’ennesimo articolo-pubblicità gratuita sul tema, stavolta incentrato weberianamente sull’origine religiosa della morale sociale capitalista. E come traspare? Semplice: il buon Luigino vuole attribuire tale morale non all’eretica setta dei Calvinisti, bensì alla più cattolica genia dei monaci. Come ci riesce è a dir poco imbarazzante:

Il nesso tra cristianesimo e capitalismo è uno dei luoghi classici della storiografia, a partire almeno dalla seconda metà dell’Ottocento. E sebbene sia stata al centro di innumerevoli critiche, smentite e rivisitazioni, la classica tesi di Max Weber sullo “spirito protestante” del capitalismo continua ancora ad occupare il centro della scena.

E già qui non si capisce se voglia solo farne conoscere la tesi o voglia polemizzarci. Ma diamo tempo al tempo:

Anche l’interessante e originale libro di Max Engammare, L’ordine del tempo. L’invenzione della puntualità nel secolo XVI secolo (Claudiana, 2015, pagg. 220, euro 28), ruota attorno all’antico tema weberiano, andando a rintracciare l’origine dell’idea moderna di puntualità nella Riforma, in particolare nella persona, nel pensiero e nella teologia di Giovanni Calvino, e nella vita religiosa e civile della sua Ginevra di metà Cinquecento.

Che poi per chiunque abbia almeno sentito nominare le tesi di Weber questa tesi non è certo originale, diciamo pure che la copia un po’ modificata. Ma tanto questo articolo presume che non si conoscano le tesi di Weber.

Anche se Engammare, storico dell’università della città di Calvino, ne mostra una certa consapevolezza, il suo libro appartiene a quel genere storiografico (molto comune in Italia: vedi i lavori di Prosperi e Firpo sulla Controriforma) che ama concentrarsi sull’elemento religioso o confessionale, e poggiandosi solo su di questo sollevare un pezzo di mondo.

Assurdo sentire questa obiezione da Avvenire? Certo, ciononostante dal punto di vista marxiano è quasi del tutto corretta, in quanto, è vero, l’Età di Mezzo non essendo capitalista di certo non si fonda sul rapporto di scambio ma su quello sociale di appartenenza ad un gruppo, parte a sua volta dell’umanità religiosamente divisa: se l’aspetto religioso non può dirsi totalizzante ciò non significa che sia ininfluente. E quindi il Bruni come la risolve: con la scappatoia de…

Dimenticando, o quanto meno sottovalutando, che il nesso casuale tra religione e un determinato tratto socio-culturale è tra i più complessi che l’analisi storica e antropologica conoscano.

Che come conclusione è anche vera, ma è il ragionamento ad essere storicamente fallace:

Decisivo è il problema dell’endogeneità (come la chiamano gli statistici), cioè l’analisi del nesso causale nella correlazione tra gli eventi che osserviamo: è utile sapere nel fatto empirico “quando piove ci sono molti ombrelli aperti” se è la pioggia a determinare l’apertura dell’ombrello, o, magari, viceversa.

E tutto questo per arrivare…

Infatti sono cattolici i messicani e i veneziani, gli irlandesi e i filippini, i siciliani e i torinesi, eppure gli spiriti civili, economici ed etici sono sostanzialmente diversi.

Alla questione nazionale (modernamente: nazionalismo). Una, passatemi il termine, cazzata colossale già smontata da Hobsbawm in un paio di suoi libri e rigettata dalla sociologia moderna, tant’è che oggi non si parla di nazioni ma di tradizioni inventate (o re-inventate) e comunità immaginarie. Il discorso avrebbe pure senso se si parlasse di rapporti storico-economico-sociali, ma non se si parla di popoli come verrà esplicitamente fatto più sotto, ancor meno se si sottintende uno spirito nazionale: ente inesistente se non come morale imposta dai rapporti di forza e storicamente costruita e modificata artificialmente dai nazionalismi [xenofobi, razzisti, imperialisti e/o classisti ab origine per la maggior parte dei casi] ben prima delle cd. Nazioni!

Ritroviamo più affinità culturale tra Milano e Amsterdam che tra Parigi e Lisbona, non ci spieghiamo perché i luterani paesi nordici abbiamo più stato sociale dei cattolici e “comunitari” italiani e spagnoli

Questa merita un elenco:

  • Lo sciovinismo regionale secondo cui il Nordest (esemplificato in modo milano-centrico ça va sans dire) sarebbe assimilabile al Nord Europa è possibile solo eliminando tutta la storia di entrambi: ci si dimentica delle condizioni lavorative fuori Milano e ci si dimentica della condizione di confine della Lombardia e del Nordest in generale;
  • Allo stesso modo ci si dimentica come il Nord Europa fino alla fine alla Prima Guerra Mondiale (la cosiddetta, mai con termine meno appropriato, Belle Époque) fu affatto né incline all’estensione dei diritti democratici e tanto meno a quelli dei lavoratori. In questo forse è simile al Nordest, ma solo in senso lato: dato che sotto i Savoia i sindacati-partiti protestavano per la nazionalizzazione delle ferrovie che limitava sciopero e serrata (vi ricorda qualcosa?), e ancor prima sotto gli Asburgo i lavoratori triestini furono bellamente repressi nel sangue.
  • Allo stesso modo la situazione della Spagna, molto più monarchica dell’Italia e sotto il gioco dei grandi proprietari agricoli fino al Franchismo (come d’altronde succedeva da noialtri con le aziende familiari del Nord che depredarono il Sud, e ancor prima in America dove dopo la Guerra Civile: quando robber barons scoprirono che un po’ di schiavitù nera informale condita da toni razzisti non era poi così male).

non riusciamo a dir nulla o poco del rapporto col tempo e la puntualità nella Germania dove cattolici e luterano sono indistricabilmente intrecciati.

Tagliamo corto: oggi il Bruni deve aver trovato una svendita di luoghi comuni…

Gli spiriti dei popoli sono faccende molto antiche, hanno radici millenarie

Come non prendere l’esempio classico del Clan scozzese in Kilt? Il cui strumento etnico principale era la cornamusa? I re delle Highlands?

Già: peccato che non fossero un unicum ma dei celti trapiantati in Inghilterra, il cui kilt pittoresco era in realtà una specie di tunica bianca e il cui strumento contadino fu in realtà l’arpa. Tutto il ciarpame cui sopra risale a diversa gente: nei primi del ‘700 dal quacchero tedesco trasferitosi in Scozia che rispondeva al nome di Thomas Rawilson per quanto riguarda l’abito, e dai diversi circoli nazionalisti regionali a cavallo tra la metà e la fine dell’Ottocento per il resto.

Questo solo per fare un esempio di come questa cazzata si riveli come tale ad un’analisi più approfondita. Come ho già detto: gli spiriti dei popoli sono molto antichi solo se si considerano tali gli anni a cavallo tra il 1875 e il 1914.

Tutto questo per arrivare ad una conclusione anche corretta, ma le cui fonti (come già successo in altri articoli) è meglio non divulgare.

quanto ha pesato la cultura italica arcaica [parole che paiono uscita da un cinegiornale degli anni ’30] e quanto la Chiesa cattolica nella formazione del culto dei santi in Campania, o delle processioni nelle feste dei Paesi latini?

Di certo se usi ad utilizzare questi metodi di ragionamento difficilmente otterrai una risposta soddisfacente. figurarsi per quelle quattro volte in cui ti capiterà vera…

La tesi del libro è invece troppo semplice e chiara: «Da un punto di vista sociale, l’organizzazione razionale del tempo ecclesiale non è una invenzione della Riforma. Basta evocare le regole monastiche, le ore canoniche, i Libri delle ore. L’approccio sistematico, la volontà di includere la totalità della vita nell’ordine divino, la ricerca della santificazione permanente del laico, l’attenzione continua sulla suddivisione delle ore: è questo insieme di elementi a esprimere la specificità del tempo riformato» (pag. 198).

E qui inizia una non-polemica. Non perché di fatto il Bruni ribatte a questa stessa tesi contrapponendo… questa stessa tesi!

Lo spirito della Riforma avrebbe avuto, secondo lo storico ginevrino, un ruolo decisivo per un cambiamento soggettivo e pubblico, avvenuto nei Paesi riformati, nei confronti del tempo in rapporto allo spazio, alla sua razionalizzazione da parte di predicatori, mercanti, politici, padri di famiglia, al cambiamento nella forma e nella funzione dei calendari, degli appunti di viaggio, dell’educazione dei bambini, e in molto altro, di cui il libro dà uno più o meno ampio resoconto.

Qui il Bruni dimostra o di non saper evidentemente leggere o di aver preso per sbaglio un altro libro: quale delle due è la tesi “semplice e chiara” del volume?

Il tempo passa sotto il controllo degli uomini, pur continuando ad appartenere a Dio, e così diventa protagonista cruciale nella rivoluzione culturale ed economica della modernità, una componente decisiva dello spirito del capitalismo.

Quegli stessi elementi che il nostro si stracciava le vesti a criticare: perché l’aspetto non-economico è importante in quello economico e bla bla bla.

Perché attribuirsi la paternità di ciò di cui si critica? Se la critica è: tenersi il buono buttare il cattivo (al di là dell’opinabilità di questa strategia) non ci si dovrebbe coerentemente attribuire massimo uno dei due elementi? A meno che non si voglia mantenere anche ciò che si vuol distruggere in quanto propria creazione… Ma se si vuol proprio ragionare a questo modo, quantomeno darsi una letta alla Critica del Programma di Gotha prima sarebbe come minimo consigliato, no?

O il Bruni straparla?

In realtà, questa tesi suggestiva del libro non è del tutto convincente. Innanzitutto non è messa sufficientemente in evidenza la radice medioevale dell’invenzione del tempo razionale. L’accenno al monachesimo nella frase appena citata, è di fatto l’unica dell’intero libro.

E dato che prende i passi da Weber sarebbe da stupirsi anche del contrario! Ma che lo scrivo a fare…

La prima razionalizzazione del tempo avviene dentro le abbazie e i monasteri, e già a partire con i benedettini, quindi mille anni prima di Calvino.

Cosa che nella frase succitata non è mai stata messa in discussione.

La visione liturgica della giornata e della vita, la razionalizzazione e gestione del tempo, che Engammare attribuisce a Calvino e al mondo riformato, era stata generata e sviluppata dall’umanesimo monastico, fino a farne un muro maestro di quella visione della vita e della religione.

Sorvoliamo sul controsenso dell’umanesimo monastico

La storicità del cristianesimo, dell’incarnazione e quindi del tempo, e ancor prima l’intera visione del mondo come storia e cammino contenuta nell’Antico Testamento, rappresentavano già una rivoluzione della visione del tempo.

In evidente imbarazzo, il Bruni sposta la questione sul piano più generale e meno pertinente possibile. Perché? Perché quando mai un articolista di Avvenire si lascia sfuggire queste tiritere…

Ponzio Pilato sta dentro il credo di Nicea a indicare questa rivoluzione nella visione storica del tempo.

L’accidia, malattia morale assunta alla dignità di vizio capitale, discussa e presa molto sul serio dalla tradizione monastica, non è altro che il medesimo atteggiamento che secoli dopo ritroviamo nella condanna dell’ozio e dello spreco di tempo, presente in Calvino e in altri riformati, ma anche in molti padri della Chiesa e in mistici e teologi monaci e monache.

E già: lui è lo stesso che si lamentò del fatto che non si spreca tempo in ciò che non riguarda il Capitale. Lui.

Senza una disciplina e una razionalizzazione del tempo non avremmo poi avuto la civiltà commerciale tra i duecento e il trecento, Borgo San Sepolcro e Monterchi, il duomo di Firenze e l’arsenale di Venezia, i commerci, le monete e le bilance medioevali. Per non parlare dell’arte e la musica del rinascimento, che sono anche e forse soltanto ritmo e dominio razionale del tempo e dello spazio.

A dirla alla Furio Jesi: sa tanto di idee senza parola. E di feticismo della merce: come se i borghi non si abitassero, i duomi si costruissero da soli perché esistano e basta, i commerci non abbiano implicazioni e monete e bilance fossero bigiotteria kitsch.

La dominazione del tempo e dello spazio è stata poi anche all’origine della cartografia e delle mappe moderne, e quindi delle grandi scoperte e navigazioni all’inizio della prima modernità.

E qui ogni discorso sui rapporti di forza e le necessità cui sia pure timidamente aveva accennato vanno a farsi friggere.

In una parola: sì! Le mappe si fanno per dominare concetti astratti e per nient’altro.

Ciò che in tutto questo processo di riforma fu veramente decisivo fu l’estensione della “liturgia delle ore” dai monasteri (non più voluti dai riformati) all’intera vita civile laica, ma questa bella cosa ce l’aveva già detta Max Weber cento anni fa.

Riuscire a mettere Weber contro chi prende i passi da Weber e usa anche gli stessi argomenti di Weber. Da manicomio.

I riformati e i cattolici cristiani sono molto più simili di quanto una certa storiografia voglia affermare, e dove sono diversi lo sono per mille ragioni [non mi dire!]. Questo lo sapeva molto bene (e lo sa ancora) la scuola storica di Amintore Fanfani e della scuola storica della cattolica, un insegnamento che abbiamo dimenticato, che sarebbe invece molto utile per una nuova fase ecumenica e laica di studi sull’origine degli spiriti del capitalismo.

Ricordate ancora quando definii questo articolo anche una pubblicità gratuita: questo è il motivo.

Che dire: il Bruni dopo aver tentato di stuprare Marx con i suoi stessi concetti, ha fallito anche con Weber.

2 pensieri su “Il Bruni si improvvisa Max Weber

  1. luigino

    Almeno fai lo sforzo di non sbagliare il titolo. Non è difficile, non serve neanche conoscere Max Weber, basta solo rileggere prima di pubblicare, che non fa mai male, ed evita figuracce. E grazie per l’attenzione che mi riservi, è un onore. Poi per il tono, mah, ognuno ha il suo stile: su di me gli insulti non hanno alcun effetto, perché dicono soltanto la qualità umana di chi li produce. http://pontilex.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_rose.gif

    Rispondi
    1. adminadmin

      La soddisfazione del cliente è la nostra massima gratificazione.
      Abbiamo corretto il titolo.
      La ringraziamo per aver volato con noi, speriamo di averla nuovamente a bordo come nostro ospite.

      Rispondi

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