Relazione del ministero della Salute sull’aborto: dov’è l’educazione sessuale?

Il ministro della Salute Renato Balduzzi ha presentato in Parlamento la relazione annuale sullo stato di attuazione della legge 194 sull’aborto: una relazione arrivata con otto mesi di ritardo così come denunciato dai ginecologi della Laiga.

I dati sembrano lasciar ben sperare anche se ci sono ancora molti punti dubbi.
Nel 2011 sono state effettuate 109.538 ivg (dato provvisorio), con un decremento del 5,6% rispetto al dato definitivo del 2010 (115.981 casi) e un decremento del 53,3% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’ivg (234.801 casi). Nella relazione si legge che il tasso di abortività (numero delle IVG per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni) nel 2011 è risultato pari a 7,8 per 1.000, con un decremento del 5,3% rispetto al 2010 (8,3 per 1.000) e un decremento del 54,7% rispetto al 1982 (17,2 per 1.000). Il valore italiano è tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati.

L’Italia è il Paese in cui si ricorre di meno all’aborto rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale.

A ricorrere meno all’aborto sono le donne più istruite, le occupate e le coniugate anche grazie ad una maggiore competenza in materia di sessualità.

Nel 2010 il 44,2% delle donne che hanno fatto ricorso all’Ivg avevano solamente un diploma di licenza media inferiore: perciò una società sempre più scolarizzata ed informata anche in materia di educazione sessuale sarà una società che avrà meno necessità di ricorrere all’aborto.

A ricorrere sempre con maggiore frequenza sono le donne straniere: nel 2010 il 34,2% delle Ivg è stato praticato su donne straniere mentre nel 1998 questa percentuale era del 10,1% ed in generale le donne straniere che hanno fatto ricorso all’IVG nel 2010 presentano una scolarizzazione più bassa rispetto alle donne italiane.

Nel 2010 a fare ricorso all’aborto sono state maggiormente le nubili la cui percentuale è ormai superiore a quella delle coniugate (49,3% rispetto a 43,8%). Ovviamente questa è la conseguenza del mutamento della condizione familiare. Come emerge anche dai rapporti Istat, nella società aumentano sempre di più le coppie di fatto ed i figli provenienti da coppie non sposate: per questo motivo è naturale che – nel ricorso all’aborto – aumenti la percentuale di donne non sposate.

Nel 2010, l’88,0% delle donne che hanno fatto ricorso all’IVG ha dichiarato di non aver mai avuto aborti spontanei nel passato: tutto ciò smentisce molte voci provenienti dal mondo cattolico secondo cui la legalizzazione dell’aborto nel nostro Paese avrebbe portato ad una sessualità meno responsabile. Invece – come si legge nella relazione – l’unico fattore collegato ad una sessualità più responsabile (anche in materia di contraccettivi) è il livello d’istruzione.

L’aborto rappresenta nella gran parte dei casi una extrema ratio e non la scelta d’elezione ed il ministero ricorda che «la promozione della procreazione responsabile costituisce la modalità più importante per la prevenzione dell’aborto».
Il ministero quindi conferma che «si conferma, quindi, che la promozione delle competenze e delle consapevolezze delle donne e delle coppie è l’obiettivo più importante da raggiungere per l’ulteriore contenimento del fenomeno».
A tal proposito si sottolinea che «la sostanziale riduzione dell’aborto clandestino e l’eliminazione della mortalità e morbilità materna ad esso associata si accompagnano con la riduzione dell’IVG, ottenuta anche grazie alla promozione di un maggiore e più efficace ricorso a metodi di procreazione consapevole, alternativi all’aborto, secondo gli auspici della legge».
Infatti sempre nella relazione si sottolinea l’importanza dei «programmi di promozione della procreazione responsabile adottati nell’ambito del percorso nascita e della prevenzione dei tumori femminili» e dei «programmi di informazione ed educazione sessuale tra gli/le adolescenti nelle scuole e nei conseguenti “spazi giovani” presso le sedi consultoriali. A questo proposito un’indagine condotta dall’ISS nell’anno 2009 su 2.978 puerpere ha mostrato che solo la metà di esse aveva ricevuto informazioni sulla procreazione responsabile durante il percorso nascita, dato simile a quello trovato in indagini precedenti. A fronte di una buona attitudine all’uso dei contraccettivi (il 69% delle straniere ha dichiarato di volerli usare alla ripresa dei rapporti), un terzo dice di aver bisogno di un consiglio per la scelta. L’importanza del colloquio con l’operatore è evidenziato anche dal fatto che il 20% dice che non userà metodi anticoncezionali perché non li conosce o ne ha paura (Rapporto Istisan 11/12)».
Nonostante il ministero punti molto a parole sull’informazione e sull’educazione sessuale, è costretto ad ammettere che in materia di anticoncezionali c’è poca informazione.
Come evidenziato nello stesso Rapporto sullo Stato di Salute delle Donne del ministero della Sanità la diffusione di contraccettivi è inferiore rispetto agli altri paesi europei. Allo stesso modo aumentano le esperienze sessuali tra i giovanissimi spesso mancando una vera educazione sessuale: infatti una ragazza su cinque ha già avuto rapporti sessuali prima dei quindici anni di età.
Secondo un sondaggio condotto dall’ Osservatorio nazionale sulle abitudini sessuali e le scelte consapevoli che ha coinvolto oltre 600 medici iscritti a SIGO e SIMG: il nostro Paese si attesta agli ultimi posti in Europa per mancata volontà di utilizzare metodi anticontraccettivi (53%), mancata conoscenza (38%) o errato utilizzo; solo lo 0.3% delle giovani italiane sotto i 19 anni ha una buona educazione sessuale, il 26.5% sufficiente e ben il 72% insufficiente.
Ovviamente gli effetti della mancata educazione sessuale tra le giovanissime sono evidenti. Infatti ben l’8,3% delle donne che ricorrono all’aborto hanno tra i quindici ed i diciannove anni ed il 18,4% hanno tra i venti ed i ventiquattro anni: segno che con una corretta educazione sessuale questa percentuale potrebbe diminuire ulteriormente.
Per lo stesso motivo nonostante nella relazione del ministero si legga di educazione sessuale nelle scuole, l’Italia è molto carente da questo punto di vista.

Lo stesso ministro Balduzzi porge la sua attenzione sulla riduzione del numero di servizi che effettuano interruzione volontaria di gravidanza. Il ministro ricorda che «A tal proposito, fermo restando l’autonomia organizzativa delle Regioni, si richiama al rispetto dell’art.9 della legge 194 che prevede in capo alla Regione il controllo e la garanzia dell’attuazione delle procedure». Ovviamente resta da sapere in che modo Balduzzi voglia richiamare le Regioni al rispetto della legge 194.

La pillola abortiva Ru486 ha ancora una diffusione molto bassa: infatti è stata utilizzata solamente nel 3,3% delle interruzioni tali di gravidanza nonostante nel 96,1% dei casi non vi è stata nessuna complicazione immediata e la necessità di ricorrere ad aborto chiururgico per terminare l’intervento si è presentata nel 5,9% dei casi. Anche al controllo post dimissione nel 92% dei casi non è stata riscontrata nessuna complicanza. Questi dati sono simili a quanto rilevato in altri Paesi e a quelli riportati in letteratura e smentiscono quanti – soprattutto nel mondo cattolico – paventino la pericolosità della pillola RU486.
Sebbene ancora l’aborto chimico non sia utilizzato spesso è aumentato negli anni il ricorso in particolare da quando ne è stata autorizzata la commercializzazione della Ru486. Ovviamente il ministro tace sui motivi della mancata diffusione della pillola Ru486 che è osteggiata da parte del mondo cattolico.

Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza nel rapporto si legge che «nel 2010 si evince una stabilizzazione generale del fenomeno dell’obiezione di coscienza tra i ginecologi e gli anestesisti, dopo un notevole aumento negli ultimi anni».
Sempre per quanto riguarda l’obiezione di coscienza nel rapporto si legge che «il Comitato nazionale per la bioetica ha recentemente formulato un parere, nel quale ha riconosciuto che l’obiezione di coscienza è un diritto fondamentale della persona, costituzionalmente tutelato, e ha altresì affermato che la tutela dell’obiezione di coscienza “non deve limitare né rendere più gravoso l’esercizio di diritti riconosciuti per legge”. Al riguardo il CNB, affinché l’obiezione di coscienza venga esercitata in modo sostenibile, raccomanda che la legge preveda, accanto alla tutela dell’obiezione di coscienza, “misure adeguate a garantire l’erogazione dei servizi”, che la disciplina sia tale “da non discriminare né gli obiettori né i non obiettori e quindi non far gravare sugli uni o sugli altri, in via esclusiva, servizi particolarmente gravosi o poco qualificanti”, nonché “la predisposizione di un’organizzazione delle mansioni e del reclutamento (…) che può prevedere forme di mobilità del personale e di reclutamento differenziato atti a equilibrare, sulla base dei dati disponibili, il numero degli obiettori e dei non obiettori”. A queste considerazioni si aggiunga inoltre che può essere attentamente valutata l’opportunità di un coinvolgimento del personale obiettore di coscienza in attività di prevenzione dell’aborto, in maniera coerente con le convinzioni di coscienza manifestate».
È un po’ comico che il ministro della Salute affermi che si può valutare «l’opportunità di un coinvolgimento del personale obiettore di coscienza in attività di prevenzione dell’aborto»: essendo Balduzzi a capo della Sanità non dovrebbe proprio essere il suo compito quello di adottare provvedimenti in modo da applicare al meglio la legge 194 anche considerando le convinzioni di coscienza dei medici?

Nonostante il Comitato nazionale per la bioetica affermi che l’obiezione di coscienza sia un diritto fondamentale della persona, resta aperto il dibattito se questo diritto debba essere tutelato anche con l’uso della pillola Ru486.
Infatti l’aborto tradizionale prevede tecniche chirurgiche come aspirazione e raschiamento che sono invasive per la donna e richiedono un intervento attivo da parte del ginecologo perciò si può affermare che il diritto del medico a non intervenire – come parte attiva – in questo processo prevale sul diritto della donna che richiede l’aborto.
Nel caso della Ru486 l’intervento del ginecologo è invece limitato alla sola prescrizione della pillola che viene assunta oralmente dalla stessa paziente e quindi non c’è nessun intervento attivo da parte del personale medico che deve limitarsi solamente a supervisionare la paziente nel caso di complicazioni (che sono limitate come scritto nella stessa relazione).
Perciò nel caso della Ru486 resta il dubbio se il rifiuto del medico a prescrivere la pillola abortiva rientri nell’obiezione di coscienza (garantita costituzionalmente) oppure sia solo un’opposizione ideologica (da non dover essere tutelata) su cui prevale il diritto della donna ad interrompere la gravidanza come sancito dalla legge 194.

Cagliostro
www.alessandrocagliostro.wordpress.com

@Cagliostro1743

11 pensieri su “Relazione del ministero della Salute sull’aborto: dov’è l’educazione sessuale?

    1. Faggot79

      Ma scusa a cosa serve l’educazione sessuale?
      La donna non deve ricorrere alla contraccezione, non deve abortire, ma soprattutto deve mettere al mondo uno stuolo di almeno cinquanta pargoli. Soltanto così potrà infatti adempiere in pieno al proprio ruolo di incubatrice.

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  1. Priapus

    Si incomincia a diffondere l’idea che quest’anno il raccolto sarà insufficente per sette
    miliardi di esseri umani, ma certe gerarchie religiose, mosaiche, islamiche ed indui ste, non se ne preoccupano affatto; il comandamento divino è che le donne facciano
    le coniglie, se poi metà dei coniglietti dovesse morire di fame, sia fatta la volontà di
    Rin tin tin che, in una gitarella africana spiegò il suo progetto di guerra battereologica contro le razze inferiori.

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  2. notimenowhere

    Queste statistiche mi lasciano sempre più dubbi che certezze.
    Specie quando vedo che nazioni che secondo certi stereotipi sono più laiche della nostra e dove credo ci sia più consapevolezza su quello che può succedere quando ci si diletta nel passatempo per eccellenza, ci sono percentuali di IVG più alte rispetto alla nostra.
    Forse perchè lì si tromba più che da noi? http://pontilex.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_cry.gif

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    1. Remo

      In Italia c’è una bassa natalità, l’uso dei contraccettivi e tra i minori dei paesi sviluppati e il numero di aborti sono in costante diminuzione, gli risultato in grado di soddisfare questa strana equazione sono due: o gli italiani trombano sempre meno (alla faccia della fama del maschio latino) oppure si praticano un sacco di aborti clandestini, magari operati proprio da quella pletora di obiettori di coscienza.
      Per altro diritto di obiezione ha senso quando le conseguenza dell’obiezione di coscienza ricadono sull’obiettore stesso, in questo caso invece le conseguente ricadono soltanto sulle donne per il peggior servizio prestato da questi medici, né gli obiettori hanno ricadute a livello di stipendio o di carriera, ma anzi molti per far carriera si dichiarano obiettori di punto in bianco.

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  3. Priapus

    Appoggio l’opinione di Remo, le strutture pubbliche sono infestate da medici “obiettori” che però fanno abortire clandestinamente, a pagamento. La “coscienza” dei cattolici.

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