Di cosa parla chi parla di spirito

Gabriele De Rosa è stato storico di prestigio, ha condotto studi sul movimento cattolico, di cui lui stesso faceva parte, tanto da essere eletto due volte senatore con la Democrazia Cristiana, ed ha inoltre scritto un manuale scolastico su cui io stesso ho studiato. Perché vi dico tutto ciò su di lui? Perché con voi voglio fare un gioco.

Provate ad indovinare questo: di quale avvenimento storico De Rosa, questo campione del pensiero cattolico, dice che fu “una parentesi, un episodio fine a se stesso”, ed anzi aggiunge “le [sue] conseguenze politiche furono insignificanti”? La Comune parigina, la rivoluzione d’ottobre, l’avanzata elettorale del PCI negli anni settanta? Niente di tutto ciò; parla della battaglia di Lepanto, di cui lo scorso sette ottobre si è celebrato il quattrocentoquarantesimo anniversario, e che vide opposte le flotte dell’Impero Ottomano e della Lega Cristiana (formata da Spagna, Francia, Genova, Venezia, Ducato di Savoia, e naturalmente dal Papato, essendo il papa il comandante in capo della Lega). Fu quest’ultima a prevalere, rintuzzando così un’avanzata ottomana che nel 1529 si era spinta fino alle porte di Vienna.

Messa in questi termini, la battaglia pare avere un’importanza molto maggiore di quella che le attribuisce lo storico; tuttavia, il giudizio impietoso di De Rosa diviene immediatamente comprensibile quando si considera che le attenzioni delle potenze europee si erano a quei tempi ormai definitivamente spostate dal Mediterraneo (basti vedere l’indifferenza con cui la Spagna lasciò che i turchi prendessero Famagosta, il cui assedio fu la “scintilla” che provocò la reazione cattolica) verso l’Atlantico e l’Europa del nord, dove, di lì a quarant’anni, si sarebbero affrontate ed uccise, in nome di Dio, centinaia di migliaia di persone, nella “guerra eterna”, la madre di tutte le guerre di religione, la famigerata Guerra dei trent’anni; per le parti coinvolte, dunque, la vittoria di Lepanto fu al più una buona pubblicità per il futuro: anche uno sporco luterano, infatti, riconosceva che era motivo di stima aver sconfitto (e trucidato) i turchi infedeli, visto che, come nota ironicamente Ascanio Celestini, un negro è senza dubbio il più diverso di tutti; e per noi, la battaglia resta importante solo perché vi partecipò Miguel de Cervantes.

Dopo queste considerazioni, potrebbe apparire oscuro il perché (e tenderei ad escludere uno sconfinato amore per il “Don Chisciotte” ed il suo autore) i cattolici più tradizionalisti continuino ad inneggiare (a volte addirittura spalleggiati da prelati) a tale evento ogniqualvolta ricorre la festa liturgica (asetticamente chiamata Madonna del rosario, ma dalle mie parti nota, non per caso, come Madonna della vittoria) che lo commemora; ma è un comportamento che si spiega da sé se si pone attenzione al fatto che esso torna parecchio utile, a fini propagandistici, a lefebvriani, antimodernisti e preconciliari, per non parlare di estremisti di destra e “deliranti sfusi”, come li definirebbe Umberto Eco.

Tanto per cominciare, essa si colora di significati “mistici” (Dio è con noi), che non credo sia nemmeno necessario confutare, visto che né storicamente, né logicamente (tutte le giustificazioni che chiamano in causa Dio finiscono per cadere in una petitio principii) esse stanno in piedi; in secondo luogo, evoca un periodo in cui i musulmani erano costantemente una minaccia. Qualcuno dei profeti dell’“invasione islamica” dell’Europa, dunque, vorrebbe stabilire un parallelo tra i due fenomeni, senza rendersi conto, o magari rendendosi conto benissimo (si sa che nel novero di questi profeti entrano sia invasati dall’amor di Dio che “malfedisti”), che mentre ai tempi era l’esercito di un potentissimo impero ad “insidiare” (pienamente ricambiato, per altro) gli stati europei, oggi l’“invasione” è condotta da migranti che non sono diversi, nemmeno per l’accoglienza che viene loro riservata (e di questo dovremmo vergognarci), da quelli che partivano, non più di settant’anni fa, dai nostri moli alla ricerca di condizioni di vita migliori e, non di rado, di diritti che erano loro negati, come oggi sono negati, con l’avvallo quando non con la complicità dei governi occidentali, i diritti di tanti nostri compatrioti (perché, insegnava il Divin Poeta, nostra patria è la Terra come per i pesci il mare) di etnia araba. Già dunque pensare che tali persone vogliano far in qualche modo “regredire” la nostra civiltà è semplicemente ridicolo, tanto più se si considera che non può essere ulteriormente fatta regredire una “civiltà” che esprime tali idee xenofobe, visto che in questo modo i primi ad essere danneggiati sarebbero loro stessi; paragonarli ad un esercito di conquista, è esprimere un’opinione che si commenta da se.

Certo, si dirà, però capita pure che la convivenza generi attriti per le differenze culturali; questo è innegabile, ma è un bene, non un male: ogni grande cultura nasce dalla contaminazione. Qualcuno teme forse per la scomparsa di non si sa bene quali radici; ma le radici sono inutili se sopra di esse non cresce un albero, e, come sanno bene i contadini, gli innesti fortificano le piante. Questi palestinesi, questi maghrebini che dividono con noi le città, non vogliono imporci la loro cultura, vogliono che noi non consideriamo la nostra la “migliore tra le culture possibili” (dimenticando così il messaggio di uno dei nostri grandi padri, Voltaire). Ciò non significa che dev’essere permesso agli uomini musulmani più retrivi di considerare mogli e figlie di loro proprietà, certo, ma non per il fatto in se che essi sono musulmani, ma perché ciò non è concesso nemmeno ai cattolici più retrivi, o a chicchessia.

Altro punto: i cattolici tradizionalisti trovano “affascinante” la battaglia di Lepanto perché essa corrobora la leggenda della ferocia dell’Islam. Il suo presupposto, infatti, fu come detto l’assedio di Famagosta; questa era una città dell’isola di Cipro, allora retta, per conto dei veneziani, dal senatore Marcantonio Bragadin, che fu scorticato vivo, quando Famagosta venne conquistata, nonostante la promessa, fatta in precedenza, di non infierire sui difensori, qualora si fossero arresi.

Certamente, un tal modo di fare è orrendo; ma bisogna considerare pure che fu messo in opera durante un’azione militare; il che non giustifica la scarnificazione a morte di alcuno, ma fa senza dubbio riflettere sul fatto che è la guerra (anche quella santa; ed è per questo che, ammonisce sempre Umberto Eco per bocca di Guglielmo da Baskerville ne “Il nome della rosa”, non dovrebbero esistere guerre sante) ad essere feroce, e non gli islamici piuttosto che i cristiani. Nel caso si voglia poi sostenere che il campo di battaglia fa solo emergere ciò che la “cultura” ha già instillato in noi (in questo caso, la bestialità), neppure le cronache della Guerra dei trent’anni sono racconti per educande; e già in passato ho accennato al massacro di Beziers, compiuto durante la crociata albigese, la cui storia merita di essere raccontata qui. La cittadina francese, presa dopo un assedio dai soldati agli ordini del legato pontificio Arnauld Amaury che tentavano di “stanare” le circa cinquecento persone di fede albigese che vi abitavano, contava all’epoca circa ventimila abitanti, che furono tutti sterminati; quando, infatti, qualcuno si recò da Amaury per chiedergli come individuare, tra tutti, gli albigesi, quello rispose: “Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi”.

Tutta questa serie di contraddizioni non può essere ignorata dai molti che hanno parlato entusiasticamente di Lepanto in questi giorni; perciò, io ritengo che la principale motivazione che spinge a prenderla ad esempio è che la Lega Cristiana si costituì dall’unione di praticamente tutti i principi cattolici radunati agli ordini del papa; che questa fu, insomma, una teocrazia fatta e finita, il sogno di qualsiasi integralista di ogni tempo e paese.

Quindi, permettetemi per un attimo di giocare all’ucronia, e di immaginarmi i turchi vincitori di quella battaglia. Supponiamo pure che, messa in rotta la flotta della Lega, essi riescano a dilagare in Europa, rovesciando tutti i troni cattolici del Vecchio Continente, compreso quello papale (è improbabile, ma stiamo giocando): siamo sicuri che quegli stessi cattolici che tanto hanno parlato dello “spirito di Lepanto” (che è spirito intollerante e vento foriero di disgrazie) non avrebbero comunque festeggiato il sette ottobre, e con gli stessi toni astiosi, solo invocando il nome di Maometto invece di quello di Cristo?

Potete trovare questa ed altre facezie qui: www.privodititolo.weebly.com

3 pensieri su “Di cosa parla chi parla di spirito

  1. adminadmin

    In effetti non avevo mai sentito parlare di Lepanto (pur avendo frequentato per 8 anni una scuola cattolica)… Ho scoperto l’esistenza di questo episodio grazie al De Mattei ed a quel nugolo tradizionalista che si nasconde dietro la Fondazione Lepanto… Come hai notato anche tu, questa “vittoria” viene celebrata più come simbolo piuttosto che per la reale rilevanza dell’episodio. Incredibile notare che quando fa comodo questi “tradizionalisti” sono pronti a gridare ai quattro venti che “purtroppo” la Storia la scrivono i vincitori. Quando invece i vincitori erano i cattolici ed anche essi stessi hanno lasciato nel dimenticatoio questo episodio insignificante, intervengono questi “genietti” per “rispolverare” delle presunte “tradizioni”… Che tristezza sublime che riescono a produrre nel mio debole animo!

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  2. Gaber_RicciGaber_Ricci Autore articolo

    E mi spiace darmi ragione da solo, ma guarda un po’ cosa ci propinano oggi da Pontifex Roma:
    http://www.pontifex.roma.it/index.php/interviste/varie/9097-la-cei-faccia-una-pastorale-anti-islam-ricreare-una-chiesa-militante-e-fare-leva-sullo-spirito-di-lepanto

    Il vicepresidente del CNR (o almeno così lo presenta Pontifex; non seguo le sue vicende) che, nel 2011, parla di “spirito di crociata” e di “Chiesa veramente militante”, è qualcosa che pensavo di poter leggere solo in un racconto di fantascienza.

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    1. adminadmin

      De Mattei non è più vicepresidente del CNR. Infatti la frase è costruita artificiosamente in maniera confusa. Brunello scrive:

      parliamo col professor Roberto de Mattei, storico della Chiesa, direttore della autorevole rivista Radici Cristiane, già Presidente della Fondazione Lepanto e vice del Cnr

      Nota i grassetti.

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