Lettera aperta a Napolitano, per un ragazzo di 14 anni morto di odio omofobo.

Presidente Napolitano,

poteva essere suo nipote, suo e di sua moglie Clio, quel ragazzo che si è ucciso a quattordici anni, sembra per merito di quel cancro sociale che è il bullismo.

Non poteva essere altrimenti, cresciuto in Italia, la culla del disprezzo religioso verso persone che amano un loro simile. Come ogni altro gay, lesbica, transgender, nessuno lo ha mai protetto dalla intromissione nella sua esistenza. Invece ha dovuto subire un clima violento per tutta la sua brevissima vita, a scuola come in casa, in televisione come tra i coetanei. L’intromissione: la libertà irresponsabile di insultare, denigrare, squalificare una vita umana. Genitori, insegnanti, educatori, sacerdoti, nessuno di questi adulti ha mai capito niente della sua devastazione.  Certo, nessuno ha mai pensato a lui come a un essere umano con un diritto al rispetto. È l’Italia.

Questo ragazzino poteva essere suo nipote. Non ho sentito alcuna sua parola, purtroppo. Perchè? Nei paesi occidentali i capi di stato reagiscono a questo clima di intimidazione ai danni di esseri umani indifesi. Cosa dobbiamo aspettare perchè questo accada anche con lei, presidente? Quanti altri ragazzi innocenti devono morire perchè si possa sentire il Presidente di questo paese, di tutti, compresi gli indifesi, reagire a questo odio furibondo che spinge alla morte anche i bambini?

C’e una legge sull’omofobia in discussione, ma non userò quella morte per questo. Quando un essere umano è portato da altri al suicidio, presidente Napolitano, ci vuole il nostro silenzio. Ma lei non è autorizzato a tacere. Il suo silenzio non è tollerabile in questa nazione divorata dall’odio contro una minoranza. È un suo dovere difendere gli esseri umani con questa Costituzione. Non ci risponda che lei è già intervenuto. Spiacente, quello che lei ha fatto prima evidentemente non è servito a nulla. L’odio è tutto ancora là fuori a uccidere.

Aspettiamo che ci mostri cosa fa un Presidente di una Repubblica fondata sul rispetto di tutti, minoranze comprese. Ma non faccia passare un solo altro giorno. Perchè noi contiamo tutti questi martiri innocenti che muoiono nel silenzio dei presidenti della Repubblica, noi scriviamo tutti i nomi degli incitatori di odio a cui la sua firma di Presidente della Repubblica in calce a una legge può garantire l’immunità all’omicidio.

Presidente Napolitano, faccia subito qualcosa almeno per rispetto di un ragazzo dolce di quattordici anni che poteva essere suo nipote e non potrà essere mai più il nipote, il fratello, il figlio, il fidanzato di nessuno.

Uno dei fratelli maggiori gay di quel ragazzo che non c’è più

Alessandro A. Galvani

Questo articolo è stato pubblicato in Omofobia il da .
Alex Galvani

Informazioni su Alex Galvani

Pedagogista gay (definizione che provoca ictus a raffica ai ciellini quando lo leggono), nomade tra Utah e Italia, si occupa di sostegno alle famiglie eterosessuali con figli e figlie gay, lesbiche, transgender, bullismo omofobo, stereotipi e discriminazione. Insomma tutto quello che di peggio e' contenuto nel cervello dei cattolici integralisti. E poi insegna cultura, arte e storia europee nei programmi per studenti adulti all'Universita' statale dello Utah (anche questo manda fuori di melone i ciellini, perche' secondo loro i gay devono capire solo di gay).

21 pensieri su “Lettera aperta a Napolitano, per un ragazzo di 14 anni morto di odio omofobo.

  1. Faggot

    Tante volte avere quattordici anni è un mestiere difficile.
    Sopravvivere all’adolescenza però non è sempre sinonimo di avercela fatta. Succede che ciò che la vita ti riserba dopo è di gran lunga peggio, pertanto non me la sento di consigliare di stringere i denti.

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  2. Caffe

    Il ragazzino che si è ucciso, a quattordici anni, perché stufo di essere angariato dai suoi coetanei, a causa delle sue presunte inclinazioni omosessuali, è un fatto tragico che, come da prassi italica consolidata, sta dando luogo alle solite polemiche, i soliti bla bla, da una parte e dall’altra, senza che nessuno si incarichi di indagare troppo sui risvolti di questo tipo di drammi. Ho letto che la Boldrini ha inviato un messaggio di cordoglio ai familiari del ragazzino, evidentemente, non notando il dettaglio che, nel suo ultimo, disperato messaggio, egli aveva incluso anche la famiglia, che non lo avrebbe capito, oggettivamente, come co-responsabile attiva, delle sue sofferenze: una svista, quindi, che il presidente della Camera, presa dall’ansia di dichiarare qualcosa, purché sia, poteva anche risparmiarsi. Un certo vittimismo ostentato per questo particolare episodio, da alcune voci autorevoli, anche del mondo gay, non fa bene alla causa sacrosanta, delle persone omosessuali. Vedo troppi nervi scoperti, sui vari media, e qualcuno ha parlato a vanvera, forse perché lo scontro tra fautori dei diritti civili dei gay e la controparte catto talebana, sta raggiungendo livelli quasi isterici, da una parte e dall’altra, in vista dell’approvazione di una legge contro l’omofobia e anche lei, signor Alessandro, mi consenta, usa toni troppo accesi, da tregenda, a mio modestissimo parere: qui tutti dovrebbero sapere, cosa ne penso io dell’omofobia, eppure dico, che questa tragedia, con l’omofobia, c’entra ben poco: in particolare, stanno tutti mettendo in croce i compagni coetanei del ragazzino, accusati nientemeno che di bullismo omofobo. Il senso delle proporzioni, in questi casi, va tranquillamente a farsi benedire, il sangue va agli occhi e si rischia di dire enormi stronzate: stiamo parlando di ragazzini adolescenti, mica di Al Capone! Solo che, accidentalmente, il protagonista era gay, e mi chiedo, tanto per cominciare, a quell’età, che senso abbia una simile auto connotazione; ma sopratutto, egli era un adolescente particolarmente fragile, e tutti sappiamo quale condizione pericolosa sia questa, per innescare un gesto estremo come il suicidio: proprio ieri, ho letto sull’Ansa, che un ragazzino di quattordici anni, ad Ancona, si è buttato dal balcone di casa, riportando gravissime lesioni, perché il padre, data l’ora tarda, gli aveva impedito di uscire con gli amici; di episodi del genere, riguardanti giovanissimi, sono piene le cronache, quindi, prima di attribuire certi episodi ad una forma di omofobia generalizzata, che pure esiste, sarebbe bene riflettere un attimo, partendo proprio dalla giovanissima età del protagonista e dei suoi “persecutori” e considerando che la causa presunta di un simile gesto è generalmente, solo la classica goccia che fa traboccare un vaso, l’ultimo anello, cioè, di una catena composta da varie situazioni vissute con disagio, di sensi e complessi di inadeguatezza, delusioni familiari o sentimentali ed eventuali patologie psicologiche nascoste, così comuni tra gli adolescenti, i quali, ad una età così confinante con la recente, perduta infanzia e percepita ancora così frustrantemente distante, dalla agognata età adulta, agiscono da altrettanti detonatori della voglia di autodistruzione che, a quell’età, diciamocela tutta, ha riguardato pressochè tutti noi. Per spiegarmi meglio, devo far riferimento a me stesso a quattordici anni e rivivere un episodio da me vissuto, più o meno, proprio a quella età; la scena: ampio cortile asfaltato, al centro di una serie di palazzine popolari, in una zona periferica di Roma: era un giorno d’estate di qualche lustro fa ed i ragazzini del circondario, fino a sedici anni circa, me compreso, eravamo intenti in rudi quanto rumorosi, giochi, tipici del sottoproletariato urbano di quegli anni; il cortile era invisibilmente, tacitamente diviso in due zone, una delle quali, era usato per i loro giochi da bambine e ragazzine; loro se ne stavano generalmente separate dai maschi, non per particolari costrizioni da parte dei genitori, ma per la diversa natura ed intensità delle loro attività ludiche, rispetto a quelle di noi maschietti: tra noi, faceva eccezione un ragazzino, tredici o quattordici anni, di corporatura esile, modi timidi e gesti aggraziati, che qualcuno definirebbe “effeminati”, il quale preferiva intrattenersi con le ragazzine, le quali lo avevano accettato volentieri, nella loro cerchia, senza chiedersi troppo se la cosa fosse più o meno “normale”; l’atteggiamento di noi maschietti, potrebbe essere scambiato per bullismo, dato che, ogni tanto, prendevamo in giro questo nostro compagno, ma, io penso, facevamo questo, soprattutto perché infantilmente gelosi delle attenzioni che le ragazzine sembravano riservare più a costui, piuttosto che a noi: ecco perché ritengo che parlare di omofobia, in contesti del genere, come simile appare anche il caso del ragazzo romano suicidatosi, mi pare eccessivo e fuorviante: prima di linciarmi, tenete presente che a quell’età, ciascuno di noi lo ha sperimentato, i ragazzi hanno problemi perfino nella precisa percezione di se stessi; le cose del sesso, le si apprendono dai racconti, molto spesso, delle pure millanterie, di ragazzi più grandi e da qualche pagina rimediata da qualche rivista pornografica scovata chissà dove; di educazione sessuale in famiglia, a scuola ed in parrocchia, manco a parlarne. Sono così tanto tabù, questi argomenti, che molti adolescenti credono tutt’ora alle cose più inverosimili ed inoltre, a peggiorare la situazione, le psiche della maggior parte di noi, sono incrostate da distorsioni pseudo moralistiche che l’educazione di matrice cattolica instilla in ciascuno di noi, fin dall’infanzia, per cui, il sesso spesso è visto e successivamente vissuto, come una cosa sporca e diviene la fonte di tanti irrisolti sensi di colpa e di altri problemi psicologici e comportamentali che affliggono per anni, moltissime persone ed, in alcuni casi, continuano ad avvelenare l’esistenza di tanti individui, fino alla fine della loro vita. E se questo capita ai ragazzini “normali”, figuriamoci cosa deve passare per la testa a chi si scopre ad un certo punto, “diverso/a”, dai suoi coetanei ed impossibilitato per vergogna e paura, a confessarlo a genitori ed amici. Ma io lo ribadisco: non parlerei di omofobia, come da molte parti si straparla, da parte dei coetanei di quel giovane: come ai miei tempi, anche oggi, i ragazzi si prendono continuamente in giro tra loro, per mille motivi diversi: basta avere orecchie a sventola, qualche chilo di troppo o qualsiasi altro piccolo o grande difetto fisico, per impallinare ed essere a nostra volta, impallinati dai nostri amici, tutto insomma, è funzionale, per stabilire le gerarchie interne di qualsiasi gruppo; parlare di odio per l’omosessuale, a quell’età, quando l’interessato sta ancora cercando di capire chi o cosa diavolo sia lui stesso, è una solenne fesseria: tutti noi abbiamo avuto l’ansia dell’essere accettati dal gruppo o subito una qualche forma di vessazione o di bullismo, spesso, arrivando al punto di pensare, fortunatamente, nella stragrande maggioranza dei casi, in modo vago, di uccidersi, ma, in condizioni di relativamente normale equilibrio psicologico, a suicidarsi, non ci arriva mai, praticamente, nessuno; a quel ragazzo, particolarmente sensibile e fragile, secondo me, è mancato proprio il sostegno di chi aveva il preciso dovere di darglielo, famiglia e scuola sopra a tutti, dovevano accorgersi di queste fragilità ed operare per fornire al ragazzo i mezzi per superare l’incubo di un mondo vissuto come ostile. Non si può, per tanti motivi, neutralizzare d’un tratto, tutte le asperità che ciascuno deve prima o poi affrontare, nel corso della sua vita, bisogna aiutare i ragazzi più deboli a comprenderlo, prima che, alle prime avversità, essi si arrendano, togliendo il disturbo. Non si può pretendere nemmeno che i tuoi compagni di giochi siano anche degli psicologi, il processo formativo è lento, spesso doloroso e la consapevolezza di se stessi, in rapporto con gli altri, la si acquista solo alla fine di questo processo. Io però, l’ho capito di colpo, proprio quel giorno e quindi torniamo in quell’assolato cortile: mentre noi ragazzini, tanto per fare qualcosa, divisi in due squadre, cercavamo di farci del male, colpendoci l’un l’altro, con una palla da tennis, per giunta bagnata, d’un tratto, una donna corpulenta, si avventa su quel ragazzino, che si trovava in quel momento, a pochi passi da me e comincia a picchiarlo selvaggiamente, davanti a tutti: quella donna era la sua mamma: rossa in volto, denti digrignanti e vene del collo sporgenti, urlava, mentre colpiva il figlio, la sua dissociazione totale dalla carne della sua carne e la sua vergogna, per le movenze ed il modo di parlare così poco virili di questo suo ragazzo; non ho mai saputo quale fu la molla che, scattando all’improvviso, liberò quella furia; forse l’ennesimo pettegolezzo o cattiveria, sul conto del figlio, sussurrato da qualche vicina e captata, in qualche modo, da quella madre. Questa scena mi ha profondamente turbato e con me, deve aver colpito anche gli altri ragazzi che vi hanno assistito, visto che nessuno si è permesso di sghignazzare o profferir battuta di fronte a quel dramma, durato forse, solo uno o due, eterni minuti. I miei compagni, finita la sfuriata, sono poi tornati ai loro giochi, dimenticando ben presto l’accaduto; io, invece, me lo porto ancora cucito addosso, come una seconda pelle; la violenza assurda, inaspettata di quella punizione immeritata e la disperazione che trasudava da quella mamma, mi procurarono addirittura uno stato di choc: non esagero affermando che, assistendo a quell’episodio, ho prematuramente dovuto dare l’addio all’incosciente spensieratezza dell’infanzia, quel particolare stato di grazia che aiuta i piccoli a superare indenni, rendendoglieli invisibili, quasi tutti i problemi che possono affliggere lui stesso e la sua famiglia in quegli irripetibili, pochi anni: fino a quel momento ero del tutto inconsapevole delle piccole crudeltà che infliggevo e quasi immune da quelle che subivo dai miei coetanei e sono passando di colpo, dalla beata indifferenza, all’acuto senso di colpa di chi, di fronte ad una scena del genere, non è stato capace di muovere un muscolo, intuendo per la prima volta, in quell’istante, che la colpa di quello che stava succedendo, era, in parte, anche la mia. Da allora ho sempre avuto a cuore, emarginato tra gli emarginati, la condizione di tutti quelli che subiscono, sistematicamente, una qualche discriminazione o violenza ingiusta, zingari, stranieri o gay che siano. Il punto che tanti dimenticano in queste ore, è che si è omofobi, quando, scientemente e consapevolmente, si opera in modo da procurare danno e discredito, alle persone omosessuali, per puro odio; l’ignoranza incosciente dell’adolescente che ti prende in giro per la tua “diversità”, qualunque essa sia, è un fenomeno col quale tutti abbiamo fatto i conti e che bisogna governare con gli strumenti dell’educazione e dell’istruzione; i coetanei di quel ragazzino non sono omofobi, altrimenti dovrei dichiarare me stesso, oltre a milioni di altri individui, omofobo, per il solo fatto di aver avuto quattordici anni ed essermi comportato da quattordicenne: gli amici di quel povero ragazzo, come me, alla loro età, sono solo superficiali ed ignoranti, del tutto inconsapevoli della possibile portata delle proprie azioni, che attribuire loro, così, a cuor leggero, l’infame patente di omofobia, è del tutto fuori luogo; o ci siamo dimenticati che, a quell’età, proprio per i motivi che ho cercato di spiegare, non si è nemmeno punibili, per legge, qualsiasi cosa si sia commessa? E’ vero che, ci sono buone probabilità, per molti adolescenti, se non vengono corretti, di diventarlo sul serio, omofobi o peggio; per me la chiave, per risolvere questo tipo di problemi, sta proprio nel termine “ignoranza”: l’Italia, è purtroppo, profondamente ignorante, e non mi riferisco ai titoli accademici o i diplomi che adornano inutilmente, i muri delle nostre case o studi professionali; generalizzando, ma solo un poco, noi siamo ignoranti specialmente per quel che riguarda le dinamiche delle nostre interazioni personali: ovvero, tendiamo ad ignorare molti dei segnali che ci mandano, continuamente, le altre persone, specialmente quelle che stanno attraversando una qualche difficoltà o forse, fingiamo solo, di non vederli; questi segnali indicano spesso il raggiungimento di un limite: quante volte, di fronte ad un gesto inconsulto, tanta gente, cade letteralmente dalle nuvole? Inoltre, tendiamo a chiuderci a riccio nel nostro piccolo, confortevole, ambito quotidiano; siamo timorosi e quindi ostili, a tutto quello che non conosciamo e ai cambiamenti, sia che riguardino la nostra vita personale, che quelli, epocali, che rivoluzionano il modo di vivere di una intera società.Tuttavia, inesorabilmente, questi cambiamenti stanno avvenendo; è quasi solo da questo che derivano, attualmente, tutta una gamma di problematiche, delle quali, l’omofobia o al proliferare degli stalker, sono solo due tra le tante. Concludendo: le cause che portano a quelle situazioni angoscianti che talvolta sopraffanno i ragazzini troppo sensibili, come quello che si è suicidato a Roma, sono molteplici e non si può liquidare tutto come “l’ennesimo caso di omofobia”, non, se si è onesti intellettualmente. L’unica risposta seria a certi episodi, sta nel prevenire l’analfabetismo umano che affligge le nuove generazioni e quindi, risolvere alla radice, molti dei problemi che avvelenano la nostra convivenza civile, è quella di incrementare, di molte grandezze, il livello medio dell’istruzione attuale dei nostri ragazzi, tenendo presente che, se uno Stato laico deve rispettare tutte le confessioni religiose compatibili col nostro codice penale, tutelando il diritto di chiunque a praticarle e diffonderle; lo stesso Stato, ha il dovere, però, di fornire a tutti i cittadini, un’istruzione, almeno quella di base, all’altezza dei tempi che viviamo, con particolare riguardo ai temi della educazione sessuale e civica, fregandosene allegramente, ove occorra, dei dogmi e dei precetti di tutte le religioni; per i genitori miopi e bigotti, che temono i pericoli della conoscenza di un mondo sempre più secolarizzato, per i loro figlioli, ci sono sempre le scuole religiose e private; che se le paghino loro, però. Forse così, le cose andrebbero meglio, forse..

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    1. GiuX

      ciao Caffe, secondo me ti sfugge il punto principale della questione, hai ragione forse in quello che scrivi, è normale farsi gli scherzi e prendersi in giro tra compagni di classe alle medie e nei primi anni delle superiori.
      Tutti noi abbiamo subito un pò di bullismo e restituito http://pontilex.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_cool.gifhttp://pontilex.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_cool.gifhttp://pontilex.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_cool.gif
      Però quando sai di essere gay, arrivi a casa e gli unici discorsi che senti ogni volta che un ministro parla in televisione, o alla radio sono i commenti omofobi dei tuoi famigliari, e se per disgrazia sei gay e appari anche tale e anche gli amici ti isolano per questo la cosa può diventare pesante.
      Ma io credo che il vero problema sia nella famiglia non con i coetanei… è li che ti deve nascere l’autostima e la sicurezza che ti permettono di far fronte alle situazione, ma ci dimentichiamo troppo facilmente che il primo e vero bullismo omofobo è subito in famiglia, dove le persone cui vuoi bene, che sopratutto da bambino rappresentano il tuo mondo non perdono occasione per dirti come tu sia uscito male, sia sbagliato, sia un prodotto di scarto che è meglio gettare.
      Perchè questo significa omofobia e questo forse può portare qualcuno a pensare, beh se sono così sbagliato, inutile, da buttare via… tanto vale che li accontento.
      Certo una legge non risolve il problema, ma attraverso delle leggi come quella anti-omofobia che sottolineano come essere omosessuali è equivalente ad essere eterosessuali si può pensare che cambi un poco la mentalità e magari i genitori possano imparare ad accettare questi figli invece che maltrattarli e spingerli al suicidio.http://pontilex.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_bye.gif

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    2. Lux

      Salve.. non voglio essere dura… ma di forme di bullismo ce ne sno molte e prima di giustificare un adolescente che fa il bullo x attirare l attenzione dei propri genitori ci penserei 100 volte. Si dice che l asino se non fa la coda entro 3 anni nn la fa più. Ebbene sn una vittima del bullismo e coloro ke 14 anni fa mi hanno deriso e umiliata xk’ ero una ragazzina timida e ke mi offendevo facilmente.. ecco costoro nn furono puniti da nessuno.. nemmeno dai loro genitori ed oggi nn Sl sn convinti che io ero la causa dei loro dispetti… ma purtroppo crescendo hanno intrapreso strade poco dignitose. L educazione va impartita da piccoli.. intervenire all età di 14 anni é già troppo tardi. Non voglio aggiungere altro a parte dire ke Sl chi vive certe situazione può realmente capire qnt sia grave il bullismo.

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      1. Alex GalvaniAlex Galvani Autore articolo

        Ha ragione. È già tardi a 14 anni.
        Ma a 14 anni è anche l’età giusta per altre cose. A scuola, per esempio. È grande abbastanza, una persona, per capire che a certe azioni corrisponde una reazione e che ci si deve prendere la responsabilità di quello che si fa per rimediare almeno a posteriori. Quando si hanno 14 anni, i nostri genitori sono responsabili per noi, ma sono le *nostre* azioni che fanno del male e devastano una persona.
        Solo che è l’altro quattordicenne che non ha più alcuna possibilità di imparare. E i violenti questo non lo comprenderanno mai.

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  3. Alex GalvaniAlex Galvani Autore articolo

    Caro Caffe’,
    che dire dopo questa spiegazione? Che abbiamo torto noi a pensare che quando uno scrive chiaro e tondo “sono gay, non ce la faccio piu’, mi ammazzo” sia perche’ era gay e non ce la faceva piu’. Amen.
    Tanto dopo una tragedia come questa, non e’ MAI omofobia. MAI. Neanche una volta.
    E allora mi domando veramente se l’omofobia ce la sogniamo noi, se non siamo semplicemente dei perenni adolescenti insicuri e un po’ castrati che non hanno il coraggio di vivere nel mondo reale, quello senza omofobia, e ci inventiamo che esista una cosa cattiva come quella che e’ nelle nostre teste.
    Amen. Anzi, sa che c’e’? Dev’esser stata colpa dell’umidita’, sara’ scivolato sul pavimento…
    Spero che quel ragazzo riposi davvero in pace, ora. Quel riposo se l’e’ sudato davvero, povera stella.

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    1. Caffe

      Caro Alessandro, davvero mi dispiace, del mio lungo e sofferto intervento, a giudicare dalla sua risposta, lei non ha capito nemmeno una sillaba di quello che volevo dire veramente, fermandosi alla superficie delle mie parole: una rabbia antica la possiede, una rabbia che non le fa distinguere chi veramente, è dalla sua parte, pur appartenendo al genere eterosessuale. Agli amici si dice la verità, mi dispiace che lei, questo, non lo abbia capito.
      Massimo Splendori

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  4. Alex GalvaniAlex Galvani Autore articolo

    Caro Caffe’,
    che altro posso fare? Le ho dato ragione.
    Non c’e’ neanche in questo caso omofobia. Punto. Erano solo scherzi di coetanei, erano solo famiglie che non facevano le famiglie, erano solo docenti che non docevano, erano solo educatori che non educavano. Era solo l’eta’. Tutto fuorche’ l’omofobia.
    Ho sorvolato su tutto quello che di sbagliato c’era, dal fatto che la percentuale di suicidi adolescenziali tra gli adolescenti gay e’ decine di volte piu’ alta che tra i coetanei etero, che tutto questo in letteratura scientifica e’ assodato ma fuori dalla letteratura no. Sul fatto che a 14 anni tutti i gay sanno benissimo chi sono, tanto che nella letteratura scientifica e’ assodato che a 11 anni si intuisca cosa si e’, a 12 lo si sappia. Sul fatto che chi si suicida non e’ ne’ particolarmente sensibile e men che meno fragile. Eccetera eccetera.
    Tutto questo (che io definisco la realta’) non esiste, perche’ quando trattiamo un caso come questo lo isoliamo da tutto il resto, tutte le volte, e ogni volta siamo da capo, non ha nessuna relazione con la cultura dove vivivamo, col clima omofobo, perche’ QUESTO CASO se lo vai a sviscerare, qualcosa di NON omofobico lo trovi. E opla’, l’omofobia scompare.
    Salvo che io di lavoro provo a prevenire il suicidio proprio di adolescenti gay, e quando e’ tardi, provo a sostenere le famiglie di quelli che il suicidio l’hanno ottenuto. E da una parte ogni volta mi sento dire che l’eta’, la scuola, la famiglia, la fidanzatina, la debolezza, l’adolscenza, il carattere, i problemi… MAI l’omofobia. E dall’altra sono stanco di tutto questo.
    Quindi scrivo che e’ vero, non e’ OMOFOBIA.
    E tristemente aspetto il prossimo suicidio, che avverra’ perche’ negare la causa e’ la miglior strada per rinnovarla.

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    1. Caffe

      Caro Alex, quando argomento, come penso anche lei, è perché sento di avere una qualche ragione da esprimere, non pretendo di AVERE RAGIONE sempre e a tutti i costi, quello è l’ultimo dei miei tanti problemi e comunque, non quando si parla di un problema gravissimo come quello del mal di vivere che affligge moltissimi adolescenti: se lei legge bene il mio primo intervento, io ho soltanto stralciato la posizione degli amici di quel povero ragazzino suicida, da quella degli omofobi conclamati, in servizio permanente effettivo e che tutti noi, conosciamo bene, con questo, volendo alleggerire la responsabilità specifica di quei giovanissimi, perché oggettivamente, a quell’età, la crudeltà verso i coetanei più deboli, è cosa normale, anche se spiacevole; io stesso ho inflitto e subito, spiacevolezze di quel genere, a suo tempo e la colpa la si può dare alla nostra società malata, ad educatori incompetenti oppure inadeguati o alle famiglie indifferenti ed assenti; a tutti, insomma, tranne proprio che a loro, adolescenti vittime e carnefici, allo stesso tempo; tutto qui, non stavo certo negando la realtà atroce dell’omofobia, della quale sono peraltro, un convinto avversario. Capisco che lei sia coinvolto in prima persona e che sia estenuato da questa sua lotta, ma io stavo solo proponendo qualche spunto di riflessione, credo, di una certa validità, empiricamente verificata da me, personalmente, mica volevo fondare una religione! Comunque, il problema del disagio giovanile che porta ad atti estremi, lei ne converrà, è molto ampio e come una complicata equazione, presenta moltissime variabili concomitanti; sarebbe un errore metodologico grave, secondo me, protendere, in tutti i casi ove fosse possibile, a ricondurre tutti questi episodi alla sola matrice omofoba, NON NEGO che questa, possa essere una delle concause, mi permetto di contestarle il fatto che lei la ritenga sempre l’UNICA causa: sul maggiore quotidiano romano, non sulla nuova bussola quotidiana, ho letto poco fa, un articolo sul tragico episodio, dal quale ho tratto il seguente passaggio:
      «Papà apri la pen drive, lì capirai il motivo del mio gesto. Addio, vi voglio bene». La lettera è rivolta ad entrambi i genitori, ma fin dall’intestazione il ragazzo chiede alla coppia di avvertire e spiegare le sue motivazioni ad una decina di amici tra i quali un coetaneo, Andrea (altro nome di fantasia). Nella lettera, Roberto non dice di essere innamorato di qualcuno in particolare, né parla di minacce o atti di bullismo. Dice, ripete, di non sentirsi «compreso». Ma che il problema è soprattutto suo: «Qualche volta mi viene il dubbio che altri mi conoscano meglio di quanto io conosca me stesso». Poi parla della decisione di farla finita. Presa «da qualche tempo» e non solo nella notte del 7 agosto, in cui ha deciso di salire sul tetto del palazzo: «Da qualche tempo – scrive – mi sono consolidato in questo convincimento. Perdonatemi».
      http://www.ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/gay_roma_ragazzo_suicida_disagio/notizie/314796.shtml
      Inutile, mi sembra, ogni altro mio commento.
      Cordiali saluti.

      Replica
    1. Claudio

      @ Alex
      Salvo che io di lavoro provo a prevenire il suicidio proprio di adolescenti gay, e quando e’ tardi, provo a sostenere le famiglie di quelli che il suicidio l’hanno ottenuto.

      Da quel che ho capito vivi all’estero come me, quindi ti chiedo
      a) questo lavoro lo fai in Italia?
      b) questa figura professionale esiste in Italia, ed e’ prevista per ogni scuola?

      Mi sa che la risposta alladomanda b) e’ no; e credo sia questo il problema, indipendentemente dalla legge sull’omofobia. Perche’ una cosa e’ dare piu’ anni di galera ai fascisti che vanno a picchiare i gay (legge anti omofobia) un’altra e’ riconoscere che questo ragazzino stava male, e non aveva-non ha trovato nessuno che lo capisse-potesse intervenire; ed e’ per questo che questa vicenda mi sembra piu’ simile al recente suicidio di una ragazzina vittima di cyberbullismo qui in UK che ai, purtroppo tanti, casi di attacchi omofobi.
      Credo che Caffe stesse cercando di dire questo; bisogna stare attenti a rubricare queste vicende sotto il tag omofobia e basta, perche’ poi queste tragedie vengono strumentalizzate, vuoi per far passare la legge anti omofobia(con cui io sono d’accordo tralaltro) vuoi per far dire ai cattotalebani che l’omofobia non esiste anzi probabilmente e’ stato buttato dal balcone dalla perfida lobby gay.
      atteggiamenti entrambi che non hanno senso, perche’ qua il problema e’ che i ragazzini (etero bi bi curious grassi magri e con le orecchie a sventola) non hanno spesso nessuno con cui sfogarsi nessuno con cui parlare e vivono, sostanzialmente, in una societa’ di merda. e se la legge contro l’omofobia puo’ aiutare nel caso dei fasci picchiagay, per questo secondo problema puo’ poco o niente, mentre tanto potrebbe la presenza di counselor/psicologi/whatever nelle scuole.
      Does it make sense?

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      1. Alex GalvaniAlex Galvani Autore articolo

        Claudio, si, ha ragione.
        Per fare il mio lavoro sono dovuto scappare dall’Italia. Sono negli Usa, nello stato col piu’ alto tasso di suicidi adolescenziali gay in occidente. Lo faccio qua questo lavoro, ma quando torno in ferie due settimane l’anno, le scuole con cui collaboravo prima nella ciellinissima Lombardia mi invitano a fare questi percorsi educativi ogni volta. Onde per cui prendo ferie a marzo, quando le scuole han tempo, non quando c’e’ bel tempo per tornare :-)
        Li faccio sotto altre sigle, non certo il movimento gay che culturalmente ed educativamente non serve piu’ a niente da quasi 15 anni. Si puo’ fare, in Italia. Progetti educativi sul bullismo, sugli stereotipi, sui pregiudizi, sul disagio. Le scuole non aspettano altro, che qualcuno levi loro questa castagna bollente tra le mani. Ma bisogna chiamare le cose col loro nome, con le scuole. Omofobia, non otoprotufobia (o sventolofobia). I ragazzi con le orecchie a sventola non si ammazzano, i ragazzi gay si. E’ proprio perche’ c’e’ il deserto educativo che descrive lei e anche Caffe’, che esiste l’omofobia. Nessuno con cui parlare (familiari, educatori, psicologi, colleghi, compagni di classe, preti, suore e succedanei), nessun modello positivo, nessuna protezione per legge, la negazione di stamane del Corsera o di Repubblica che NON c’era bullismo. Pensi, qua negli Usa un’indagine sul bullismo prende DUE MESI di tempo, da noi un giorno. Che schifo! E’ esattamente quello che si chiama omofobia.
        E’ un problema etico. E non ne usciremo mai. Perche’ invece che prevenire ed educare, continuiamo a fare gli psicoanalisti che indagano su cosa c’e’ dietro il suo caso, cioe’ stiamo solo facendo quello che la psicoanalisi (e i cattolici integralisti) fa, guardare il perche’ la ragazza stuprata da 5 delinquenti quella mattina avesse messo la minigonna e cosa cercasse di trasmettere. Ecco perche’ e’ nata persino una disciplina (in Francia, mica qua), la vittimologia, per reagire a questo. Ma, come sempre, ci vuole etica. Chiedersi cosa vogliamo che sia questo mondo che ha creciuto ed educato un bambino, invece di chiedersi quali problemi avesse un ragazzo di 14 anni che si e’ fatto due conti in tasca e ci ha mandato letteralmente a quel paese perche’ il mondo che gli abbiamo promesso non aveva nietne a che vedere con quello che vedeva lui, ogni isatnte della sua vita.

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        1. Faggot

          Ci sono milioni di persone che ogni mattino si risvegliano in un mondo diverso da quello che gli è stato promesso. Molti di loro stringono i denti e accettano di tirare avanti, adeguandosi a una miserabile esistenza che è solo un soppravvivere fino alla fine dei propri giorni. Molti altri, come dicevi tu, si fanno due conti in tasca (magari si ritrovano ad avere un po’ di palle) e si levano di torno. In natura è un fenomeno conosciuto, si chiama adattabilità e ce l’ha spiegato Darwin.
          Sarebbe bello se il mondo potesse adeguarsi alle necessità e alle esigenze di ogni singolo individuo, ma è soltanto un’utopia.

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        2. Faggot

          Naturalmente l’omosessuale non deve sottomettersi ad una società omofoba, non deve rassegnarsi a quella cultura machista che vuole il maschio etero trapanatore di fiche. L’omosessuale deve fare ciò che fanno milioni di altre persone in tutto il globo: sforzarsi di cambiare un mondo che non piace. Ma questo presuppone una cosa, ovvero il saperlo apprezzare per quello che è, con i suoi mille limiti e le sue infinite debolezze.
          L’alternativa la conosciamo.

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    2. Caffe

      Finalmente ti ho trovato, caro Enzino, dai, torna con me, in quel posto così tranquillo, dove quelle gentili signorine ti danno tutte quelle belle pasticche che ti fanno stare tanto bene; noo, non far così, non sputare la pasticchina rosa, che poi straparli. http://pontilex.org/wp-content/plugins/wp-monalisa/icons/wpml_yahoo.gif

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  5. Faggot

    La letteratura scientifica ci spiega però anche che buona parte dei suicidi adolescenziali avviene per spirito di emulazione. Non è che l’omofobia non c’entri, piuttosto credo che sia un problema secondario. Il vero obbiettivo è far capire ai giovani adolescenti gay che fuggire dai propri problemi non è il modo giusto di affrontare le cose, ma soprattutto che suicidarsi non rende più fichi.
    Chiamarli “povera stella” non mi pare una cosa molto sensata.

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    1. Alex GalvaniAlex Galvani Autore articolo

      Non so dove sia scritta questa cosa dell’emulazione, ma le assicuro che i suicidi adolescenziali gay non avvengono per quello, dato che appena uno gay si suicida tutti corrono a dire che non era per il suo essere gay (la Repubblica stamane ci racconta che non c’era bullismo).
      Questa e’ psicoanalisi, quella forma religiosa di delirio senza controllo scientifico che si domanda perche’ le donne stuprate si ostinino a vestirsi in minigonna e non si domanda mai perche’ gli uomini abbiano tutto sto bisogno di stuprare le donne.
      Chiamarli “povere stelle” non e’ sensato, e’ vero. Ma chiamarli VITTIME DI ODIO e’ il minimo che si puo’ fare per dargli, almeno dopo la morte, quel minimo di rispetto che gli sarebbe teoricamente dovuto.

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  6. Flo

    Proprio oggi, leggevo sulla “Gazzetta del sud”, di una lettera anonima inviata al giornale per segnalare uno spettacolo di una parrocchia siciliana, in cui uno dei protagonisti era un personaggio omosessuale, ovviamente caricato nella solita macchietta stile “femminiello”. L’anonimo mittente, descriveva il forte malessere che lo aveva colpito, in quanto gay, allo spettacolo di dubbio gusto e alle risate sguaiate del pubblico, alla faccia della tolleranza! Il responsabile della parrocchia, non solo non ha chiesto venia per lo spettacolo di dubbio gusto, ma si è scagliato contro l’anonimato di chi lo accusava, giustificandosi con la scusa che la commedia messa in scena, era per far divertire (?), la cosa tragica è che la vera “macchietta” è la sbandierata virilità di un sud arretrato, a cui è stato prestata voce da un’istituzione che dovrebbe invocare la tolleranza invece del ridicolo su chi non si ritiene conforme alla società. Comunque, chi volesse trovare il link, può spulciando sulla Gazzetta del Sud, Provincia di Reggio.

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    1. Alex GalvaniAlex Galvani Autore articolo

      Quel personaggio della parrocchia ha avuto la grande fortuna di non trvare me sulla strada.
      Altro che nascondersi dietro l’anonimato di un altro e il divertire. Gli avrei dato nome cognome e pure codice fiscale, e gli avrei raccontato di uno spettacolo le cui macchiette sono un nero schiavo con catene incorporate e un ebreo arso vivo da un prete pedofilo.
      E poi avrei fatto una gran risata.

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  7. Remo

    La cosa “positiva” è che finalmente in questa Italia bigotta si inizia a parlare anche del dramma dei suicidi degli adolescenti gay (chissà perché poi non si parla mai anche delle ragazze lesbiche: si suicidano di meno? sono più forti? o sulle donne forse la pressione sociale è minore?). Fino a qualche anno fa si assisteva a cronache di suicidi di adolescenti senza apparenti motivi, a volte paventando l’ombra di un improbabile 5 a scuola o dell’amore non corrisposto, oggi finalmente si ha il coraggi di ammettere che esistono anche adolescenti gay, che la busonite non è una specie di morbo che prende solo dai 20anni in su.

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